L’ombra del metodo mafioso sull’omicidio di Francesco Diviesti, mentre due indagati fanno perdere le loro tracce
L’autopsia sul corpo semi-carbonizzato trovato tra Canosa e Minervino Murge è stata eseguita. I genitori di Francesco Diviesti hanno riconosciuto alcuni effetti personali del ragazzo. Indagini Dda per omicidio aggravato, due dei 5 indagati sono irreperibili.
Il caso di Francesco Diviesti scuote il nord Barese e si estende fino alla provincia di Foggia, dove si stanno concentrando le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Bari. Al centro dell’inchiesta vi è la tragica e violenta fine del 26enne originario di Barletta, la cui scomparsa era stata denunciata con preoccupazione lo scorso 25 aprile.
Il corpo del giovane è stato ritrovato in circostanze agghiaccianti lo scorso martedì, 29 aprile, presentandosi semi carbonizzato agli inquirenti. Il rinvenimento è avvenuto all’interno di un casolare abbandonato, una struttura isolata situata nelle campagne che si estendono tra i comuni di Canosa di Puglia e Minervino Murge, un’area rurale nel nord Barese.
Per fare piena luce sulle cause del decesso e, soprattutto, per accertare l’identità del corpo in modo inequivocabile e scientifico data la condizione in cui è stato trovato, si è proceduto con l’esame autoptico, eseguito ieri, venerdì 2 maggio, presso l’istituto di Medicina Legale del Policlinico di Bari. A svolgere il delicato esame è stata la dottoressa Sara Sablone, medico legale specializzato.
L’esame si è reso necessario per avere la certezza assoluta che il corpo appartenga effettivamente a Francesco Diviesti. L’identificazione formale e definitiva si baserà sulla comparazione del DNA. Proprio ieri mattina, in un passaggio investigativo fondamentale, la Polizia Scientifica si è recata presso l’abitazione del giovane a Barletta. Qui ha prelevato alcuni oggetti personali del ragazzo ritenuti utili per estrarre il suo profilo genetico. Un passaggio indispensabile per confrontarlo con quello rilevato sul corpo carbonizzato e ottenere l’ufficialità che dissolve ogni dubbio.
Anche se, un elemento preliminare ha già rafforzato in modo drammatico i timori sulla sua identità. I genitori di Francesco Diviesti, infatti, avrebbero riconosciuto alcuni effetti personali rinvenuti sul cadavere. Si tratta di un braccialetto e una collanina, oggetti che il 26enne di Barletta, che di professione faceva il parrucchiere, indossava abitualmente nella vita quotidiana.
Questi monili sono stati repertati con cura dagli investigatori sul corpo semicarbonizzato trovato nel rudere. Ieri, nell’ambito delle formalità per il conferimento dell’incarico autoptico, sono stati mostrati alla madre e al padre del ragazzo scomparso. I due avrebbero confermato con straziante dolore che si tratta esattamente degli stessi oggetti che il figlio era solito indossare.
Un riconoscimento che, pur non avendo ancora valore legale definitivo in assenza del riscontro genetico, riduce drasticamente i dubbi sull’identità della giovane vittima, legandola indissolubilmente a Francesco.
Gli inquirenti, intanto, coordinati dalla DDA di Bari, lavorano su un movente che potrebbe essere legato al mondo dello spaccio di sostanze stupefacenti, un ambito criminale purtroppo attivo sul territorio. Il delitto, per le modalità con cui sarebbe stato consumato, richiama tristemente un altro grave fatto di sangue avvenuto circa tre anni fa sempre a Barletta, l’omicidio di Michele Cilli, suggerendo un modus operandi simile.
La DDA di Bari, data la presunta matrice del delitto, ha già compiuto passi formali notificando 5 avvisi di garanzia ad altrettanti soggetti, ritenuti coinvolti a vario titolo nell’omicidio. L’accusa contestata a questi cinque soggetti è di concorso in omicidio volontario aggravato dal metodo mafioso.
Nel frattempo, due dei cinque indagati, raggiunti dagli avvisi di garanzia, si sono già resi irreperibili, facendo perdere le loro tracce e rendendosi al momento irrintracciabili dalle forze dell’ordine.
Si tratta di un uomo di 40 anni, di origini albanesi ma residente da tempo a Barletta. ben inserito nel contesto criminale locale. Anzi, è considerato dagli inquirenti un personaggio di spicco negli ambienti della malavita del posto. Il suo nome era già balzato agli onori delle cronache circa 10 anni fa, per un episodio in cui avrebbe sparato contro un ex consigliere comunale, senza però colpirlo.
L’altro irreperibile è un giovane barlettano di 25 anni. Anch’egli noto alle forze dell’ordine per precedenti vicende, lo scorso marzo sarebbe stato protagonista di un’aggressione con mazza da baseball in pieno centro cittadino, un fatto che ne evidenzia la pericolosità.
Nell’elenco dei rimanenti indagati figurano anche altri soggetti residenti nel territorio. Ci sono padre e figlio, entrambi di Barletta, rispettivamente di 58 e 21 anni, le cui posizioni sono al vaglio degli inquirenti. E poi un pregiudicato di 55 anni, residente nel vicino comune di Minervino Murge. Quest’ultimo è stato coinvolto nell’indagine in quanto, secondo quanto emerso, avrebbe avuto la disponibilità di una villa, pur non essendone il proprietario formale.
Questa struttura è situata a poca distanza dal luogo del ritrovamento del 26enne. La Polizia, che conduce le indagini coordinata dalla DDA, ha posto sotto sequestro la villa dopo aver effettuato una perquisizione mirata e approfondita. Gli investigatori cercavano elementi concreti che potessero legare il luogo al presunto efferato delitto o che indicassero un suo utilizzo nella fase esecutiva del crimine.
Sullo sfondo di questa complessa indagine, emerge che la stessa DDA di Bari aveva aperto un fascicolo su alcuni di questi soggetti indagati già nel 2023. L’indagine precedente riguardava l’associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, un dettaglio che rafforza l’ipotesi sul movente.
Secondo la convinzione degli investigatori e della Procura, l’omicidio di Francesco Diviesti non sarebbe stato un atto impulsivo, ma sarebbe stato pianificato con cura e portato a termine con modalità tipiche delle organizzazioni criminali, quelle che usano la violenza in modo plateale per affermare il controllo sul territorio o su attività illecite.
Ciò giustificherebbe la contestazione dell’aggravante del metodo mafioso nell’imputazione. Presumibilmente, il 26enne potrebbe non essere stato ucciso nel casolare in cui è stato trovato. Si ipotizza fortemente che il corpo sia stato spostato da un altro luogo e bruciato successivamente proprio nel rudere. L’incendio sarebbe stato appiccicato nel tentativo crudele di cancellare ogni traccia utile alle indagini, un chiaro tentativo di occultamento di cadavere e depistaggio.
Fondamentale per gli inquirenti sarà la ricostruzione precisa degli ultimi momenti che hanno segnato la vita di Francesco. Si ritiene che possa essere stato coinvolto in una rissa, forse proprio legata alla droga, assieme ad un amico. Questo amico, un soggetto già noto alle forze dell’ordine per i suoi precedenti, sarebbe stato arrestato dai Carabinieri intervenuti sul posto della lite, un tassello importante per ricostruire il contesto in cui è maturato il delitto.
Un puzzle investigativo complesso e delicato che la DDA di Bari sta cercando di ricomporre con tutti gli strumenti a disposizione. L’attesa è ora per l’esito definitivo dell’esame autoptico e dei riscontri genetici che confermeranno in modo certo l’identità e, si spera, chiariranno anche le cause e la dinamica della morte del ragazzo.
Nel frattempo, la priorità assoluta per gli investigatori è rintracciare i due indagati che si sono resi irreperibili e hanno fatto perdere le loro tracce subito dopo la notifica degli avvisi di garanzia. La loro scomparsa getta ombre sulla loro posizione in relazione ai fatti.
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Omicidio Francesco Diviesti