Lupara bianca a Canosa: svolta della DDA di Bari sull’omicidio di Sabino Servarolo, due arresti

A distanza di 5 anni dalla misteriosa scomparsa di Sabino Servarolo , 41enne del posto, la Procura Distrettuale Antimafia di Bari e la Polizia di Stato chiudono il cerchio su uno dei casi di cronaca nera più complessi del territorio. Stamattina, giovedì 22 ottobre, gli agenti hanno notificato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal GIP del Tribunale barese su richiesta della DDA, nei confronti di due uomini di 45 e 38 anni. I due indagati sono accusati a vario titolo di omicidio volontario con l’aggravante della premeditazione, del metodo mafioso e dell’uso di armi da fuoco, oltre che del reato di soppressione di cadavere.

L’articolata attività d’indagine ha visto operare in stretta sinergia un pool investigativo composto dalle Squadre Mobili di Bari e Barletta-Andria-Trani, dalla Sezione Investigativa del Servizio Centrale Operativo (S.I.S.C.O.), dal Commissariato di Pubblica Sicurezza di Canosa di Puglia e dai Carabinieri. I poliziotti sono riusciti a squarciare il muro di silenzio che avvolgeva la scomparsa del 41enne canosino, avvenuta nel pomeriggio del 27 agosto 2021 e mai sfociata nel ritrovamento del corpo.

L’incrocio minuzioso dei dati ha permesso di ricostruire con precisione la trappola mortale tesa alla vittima. I due indagati, entrambi gravati da precisi precedenti e inseriti nei circuiti della criminalità locale, avrebbero concordato un appuntamento con il 41enne con il pretesto di chiarire contrasti maturati nell’ambiente criminale. Una volta fatto salire l’uomo a bordo di un’autovettura, i due lo avrebbero condotto in un luogo isolato, giustiziandolo con un colpo di pistola alla testa per poi far sparire definitivamente il cadavere.

Per incastrare i presunti esecutori materiali, gli investigatori si sono avvalsi di moderni strumenti tecnologici e investigativi. L’analisi incrociata del traffico telefonico, l’ascolto prolungato di intercettazioni ambientali e la visione dettagliata di decine di impianti di videosorveglianza pubblici e privati acquisiti nell’imminenza dei fatti hanno consentito di tracciare i movimenti dei sospettati prima, durante e dopo l’esecuzione.

Dagli elementi raccolti dalla DDA di Bari emerge un piano criminoso minuziosamente ideato e organizzato. Gli inquirenti hanno contestato l’aggravante del metodo mafioso non solo per la caratura dei soggetti coinvolti, ma per le modalità stesse dell’esecuzione: un delitto d’impatto, consumato con freddezza e seguito dalla soppressione del corpo, ideato come dimostrazione di forza per riaffermare il controllo criminale sul territorio e incutere timore nella collettività.

Il provvedimento restrittivo è stato notificato nella mattinata odierna: per uno dei due indagati la misura è scattata all’interno dell’istituto di pena dove si trovava già recluso per altra causa, mentre il secondo è stato rintracciato dalla Polizia e trasferito in carcere. Trattandosi di un procedimento ancora nella fase delle indagini preliminari, la misura adottata si basa su gravi indizi di colpevolezza e le posizioni degli indagati restano tutelate dalla presunzione di innocenza sancita dall’articolo 27 della Costituzione, fino all’eventuale accertamento definitivo con sentenza irrevocabile.

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Elvira Zammarano

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