Una Riflessione sulla spiritualità e la fragilità umana
Il Vangelo di Matteo, letto domenica 1° marzo nelle chiese cattoliche, racconta come Gesù, accompagnato da Pietro, Giovanni e Giacomo, salga sul Monte Tabor e si riveli loro nella gloria della Sua divinità. Il volto di Gesù brillava di luce e le sue vesti erano bianchissime; accanto a Lui apparvero Elia e Mosè, simboli della profezia e della Legge nella tradizione biblica.
In quel momento gli apostoli non provarono timore, tanto che Pietro propose: “È bello per noi stare qui, facciamo tre tende, una per Te, una per Mosè e una per Elia.”
Ma una nube luminosa li avvolse e la voce di Dio proclamò Gesù come Suo Figlio diletto, generando sgomento e paura nei discepoli. Si gettarono faccia a terra, terrorizzati dal contatto con Dio, ma Gesù li rassicurò, li fece alzare e li invitò a seguirlo, ordinando loro di non raccontare ciò che avevano visto.
Il significato della scelta e del silenzio
Gesù portò con sé solo tre apostoli e impose il silenzio su quanto accaduto. Forse questa visione rafforzò la loro fede, ma non impedì loro di fuggire, rinnegare e nascondersi nel momento della prova. La fragilità umana emerge come elemento centrale: Gesù mostra che la debolezza è parte della nostra natura e ci esorta a non scoraggiarci di fronte ai limiti della nostra fede.
Credere è difficile; l’uomo ha bisogno di molte prove per fidarsi di Dio. Il dubbio si insinua anche nella mente dei più santi, che nella “notte oscura” sperimentano angoscia, distanza e silenzio di Dio, o forse la sordità del cuore.
La luce del Tabor e la spiritualità orientale
La luce che avvolge Gesù e i tre apostoli sul Tabor diventa, nella spiritualità orientale, l’obiettivo del monaco esicasta, che ricerca la stessa esperienza attraverso meditazione, digiuno, preghiera e vita ascetica intensa. Non tutti i monaci orientali sono esicasti e pochi sperimentano la visione della luce, ma molti discepoli raccontano le esperienze mistiche dei loro maestri, che diventano profeti, guide spirituali e artefici di miracoli tramite l’intercessione divina.
In Russia, questi padri spirituali sono chiamati Starzi (singolare Starez), figure a cui contadini, nobili e zar si rivolgevano per consigli e preghiere. Il Starez Zosimo, padre spirituale del giovane Alyosha Karamazov, appare nel romanzo di Dostoevskij I fratelli Karamazov.
La preghiera esicasta e la spiritualità per tutti
Il movimento degli Starzi è tipico del monachesimo orientale, radicato nel metodo esicasta e nella preghiera di Gesù ripetuta senza interruzione: “Signore Gesù Cristo abbi pietà di me peccatore” o nella versione estesa: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore, o peccatrice.”
Il libro I racconti del pellegrino russo offre un’immagine di come questa spiritualità sia accessibile a tutti, indipendentemente dalla condizione sociale o culturale. La fede non è prerogativa dei sapienti, ma è offerta sia ai semplici che ai dotti.
La luce del Tabor diventa protagonista di questa spiritualità, vera illuminazione che trasforma la vita.
La spiritualità occidentale e l’esempio di Padre Pio
Anche in Occidente la figura di un santo monaco ricorda questa spiritualità: Padre Pio da Pietrelcina, venerato da molti, ha dimostrato che la pietà non è un sentimento astratto, ma porta bene concreto. A San Giovanni Rotondo ha fondato il grande ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, dove prima c’erano solo povertà e desolazione.
Mistico, taumaturgo e profeta, Padre Pio viene definito Starez d’Occidente. Sul suo esempio, la luce del Tabor possa illuminare tutti noi e guidarci verso l’incontro con Cristo, Figlio diletto di Dio.
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Nel contesto contemporaneo questa riflessione di Roberta Simini assume un valore particolare: in un’epoca segnata da frenesia, dispersione e perdita del silenzio interiore, la spiritualità esicasta richiama l’esigenza di interiorità, raccoglimento e ascolto, dimensioni spesso smarrite nella cultura digitale e nell’accelerazione della vita quotidiana. Allo stesso tempo, la figura dello starec — guida spirituale capace di orientare le coscienze — pone implicitamente la questione odierna dell’assenza di riferimenti morali e spirituali autorevoli.
La meditazione sulla luce del Tabor può dunque essere letta, oltre che in chiave religiosa, come simbolo di una ricerca universale di senso e di autenticità, capace di interrogare l’uomo contemporaneo, spesso smarrito tra scetticismo e bisogno di trascendenza. Grazie Roberta