Caso Vasienti, svolta dopo anni: arrestati presunti mandanti ed esecutori del clan Strisciuglio
A quasi nove anni dalla morte di Nicola Vasienti, ritenuta inizialmente un suicidio, arriva una svolta giudiziaria destinata a riaprire uno dei casi più oscuri della criminalità mafiosa barese. Nella mattinata odierna la Polizia di Stato ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di quattro soggetti ritenuti appartenenti al clan Strisciuglio, accusati a vario titolo dell’omicidio dell’uomo e, per tre di loro, anche di estorsione aggravata dal metodo mafioso.
Il provvedimento è stato emesso dal GIP del Tribunale di Bari su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, al termine di un’indagine complessa coordinata dalla Procura distrettuale e condotta dalla Squadra Mobile. I fatti risalgono alla notte del 16 novembre 2016, quando Vasienti fu trovato privo di vita nella propria abitazione, dove si trovava sottoposto agli arresti domiciliari.
In un primo momento, quanto apparve agli investigatori sembrava ricondurre a un gesto volontario. Tuttavia, già nelle ore successive al ritrovamento, alcuni elementi rilevati sul luogo del decesso iniziarono a incrinare l’ipotesi del suicidio. Dettagli apparentemente marginali hanno spinto gli inquirenti ad approfondire, avviando un’attività investigativa che negli anni si è avvalsa di intercettazioni, riscontri tecnici e delle dichiarazioni di collaboratori di giustizia.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Nicola Vasienti sarebbe stato vittima di un vero e proprio regolamento di conti interno al sodalizio mafioso. L’uomo, esasperato dalle continue pressioni subite e profondamente segnato dall’omicidio dell’amico Luigi Luisi, morto il 14 novembre 2016 a seguito di un agguato avvenuto poche settimane prima, avrebbe maturato la decisione di collaborare con la giustizia. Una scelta considerata una minaccia per l’equilibrio del clan e che, secondo l’accusa, avrebbe decretato la sua condanna a morte.
Le indagini hanno permesso di delineare ruoli e responsabilità, individuando sia chi avrebbe ordinato l’omicidio sia coloro che lo avrebbero materialmente eseguito. Gli inquirenti ritengono che la scena sia stata deliberatamente alterata per simulare un’impiccagione, mentre la causa reale della morte sarebbe stata lo strangolamento.
La Procura sottolinea che si tratta di accertamenti compiuti nella fase delle indagini preliminari, che dovranno ora essere vagliati nel corso del procedimento giudiziario. Gli indagati avranno modo di difendersi e la loro eventuale responsabilità sarà accertata solo all’esito del processo, nel pieno rispetto del principio di presunzione di innocenza.
L’operazione rappresenta comunque un passaggio significativo nel contrasto alla criminalità organizzata e nella ricerca della verità su un delitto che per anni era rimasto avvolto dal silenzio e dall’apparenza di un gesto estremo.
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