“Mia Moglie” – Siti sessisti sotto la lente: Le Procure a caccia di gestori e utenti

La crescente onda di denunce spinge le autorità a indagare sulle piattaforme che diffondono immagini di donne senza consenso. Iniziativa di class action e il ruolo cruciale di educazione e prevenzione.

Le procure di tutta Italia sono scese in campo per contrastare la dilagante diffusione di siti e piattaforme social che ospitano e diffondono immagini non consensuali di donne, sia di personaggi pubblici che di private cittadine. L’obiettivo delle indagini non è solo identificare i gestori di tali spazi virtuali, ma anche risalire all’identità di coloro che postano le foto e che si rendono protagonisti di commenti offensivi e minacciosi.

L’attività investigativa, coordinata dalla Polizia Postale, ha preso il via a Roma, dove si attende una prima informativa dettagliata per l’apertura di un fascicolo. La mole di denunce ed esposti, tuttavia, è tale che anche altre procure, da Genova in poi, si stanno unendo all’azione giudiziaria per arginare il fenomeno. A Genova, in particolare, sono già giunte numerose segnalazioni da parte di donne che si sono riconosciute nel gruppo Facebook “Mia Moglie”, una comunità che aveva raggiunto 32.000 membri in cui gli uomini condividevano le foto delle proprie compagne e non solo, per ottenere like e commenti.

A seguito del clamore mediatico suscitato, molti utenti si sono affrettati a cancellare i propri profili, ma non prima che le vittime avessero già raccolto prove, come screenshot e immagini, da consegnare alle forze dell’ordine. Gli investigatori dovranno ora distinguere tra chi ha pubblicato le foto e chi ha semplicemente commentato (offendendo). Le denunce potrebbero confluire in un unico fascicolo, affidato a un magistrato specializzato in reati informatici. Coloro che hanno diffuso le immagini potrebbero essere accusati di reati gravi come il revenge porn, la violazione della privacy o l’accesso abusivo a sistemi informatici, mentre i commentatori rischiano l’accusa di diffamazione aggravata.

Nel frattempo, l’avvocata Annamaria Bernardini de Pace ha avviato una class action contro Meta, la società proprietaria di Facebook, sollevando un problema cruciale: la responsabilità delle piattaforme nel moderare e rimuovere contenuti illeciti. L’avvocato Francesco Petrelli, Presidente dell’Unione Camere Penali, sottolinea che il primo passo per le vittime è ottenere la rapida rimozione delle immagini dannose. Tuttavia, avverte che la sola repressione penale non è sufficiente. A suo avviso, la lotta a questi fenomeni richiede un approccio più ampio, che affondi le radici nella cultura e nell’educazione.

Un esempio di questa complessità è rappresentato dal caso del famigerato sito Phica.eu. Dopo la sua chiusura, le analisi di intelligence lo hanno ricondotto a una società bulgara, con un fatturato milionario e un presunto titolare italiano. Ciò dimostra come dietro questi siti si celino spesso interessi economici ben organizzati e transnazionali, rendendo ancora più complessa l’identificazione dei responsabili.

Dall’ Ordine degli Psicologi e delle Psicologhe della Puglia, “Violenza e patriarcato dietro le chat”

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Dalla Redazione di WideNews: “È difficile rimanere indifferenti di fronte a una becera vicenda come questa, che non può e non deve trovare giustificazione alcuna. È un affronto alla dignità delle donne – che gridano BASTA – e un campanello d’allarme per la nostra società. Spero vivamente che le indagini in corso portino all’identificazione e alla giusta condanna di ogni singolo individuo coinvolto, dai gestori di queste squallide piattaforme agli utenti che, con i loro commenti e le loro azioni, hanno contribuito a offendere e umiliare. Non è solo una questione di legge, ma di rispetto e di civiltà. Educare le nuove generazioni a valori di rispetto e a un uso consapevole e responsabile della tecnologia è l’unica via per un futuro in cui simili abusi non trovino più spazio“.

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Elvira Zammarano

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