La medicina compie passi avanti nel trattamento delle patologie del sistema nervoso grazie alla neuromodulazione, un approccio innovativo che non si affida esclusivamente a farmaci o chirurgia. Sulle pagine di WideNews la nuova rubrica (Salute) attraverso cui, il noto neurochirurgo barese Roberto Settembre spiega il funzionamento di queste nuove tecniche, dalla stimolazione magnetica transcranica alla tDCS, illustrando come sia possibile riequilibrare l’attività dei circuiti cerebrali sfruttando la naturale plasticità dell’organo.

Siamo abituati a pensare che, quando qualcosa non funziona nel nostro organismo, sia necessario assumere un farmaco oppure, nei casi più complessi, ricorrere a un intervento chirurgico. Ma non sempre è così. Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di neuromodulazione, un termine che può sembrare complicato, ma che descrive un concetto abbastanza semplice: cercare di modificare l’attività del sistema nervoso per migliorarne il funzionamento. Il cervello non è una macchina immutabile: è formato da miliardi di cellule nervose che comunicano continuamente tra loro attraverso segnali elettrici e chimici.
Possiamo immaginarlo come una grande orchestra. Per ottenere una buona musica, ogni strumento deve suonare al momento giusto e con la giusta intensità. Quando alcuni circuiti cerebrali funzionano in maniera alterata, possono comparire disturbi che interessano l’umore, il movimento, la percezione del dolore e altre funzioni. La neuromodulazione cerca di intervenire su questi circuiti, favorendo, quando possibile, un’attività più equilibrata. Non significa riprogrammare il cervello o controllare i pensieri. Significa sfruttare la sua capacità di modificare nel tempo il proprio funzionamento, una caratteristica chiamata neuroplasticità.
TMS: stimolare il cervello con campi magnetici
Una delle tecniche più conosciute è la stimolazione magnetica transcranica, abbreviata TMS. Durante il trattamento, uno strumento viene appoggiato vicino alla testa e produce brevi impulsi magnetici capaci di stimolare determinate aree cerebrali. Il paziente rimane sveglio, non viene sottoposto ad anestesia e può riprendere le normali attività dopo la seduta. La TMS viene utilizzata soprattutto nel trattamento di alcune forme di depressione che non hanno risposto adeguatamente alle terapie tradizionali. È studiata e impiegata, con livelli di evidenza differenti, anche in altri disturbi neurologici e psichiatrici, quali dipendenze, DOC, Alzheimer.
tDCS: una debole corrente elettrica
Un’altra tecnica è la stimolazione transcranica a corrente diretta, conosciuta come tDCS. In questo caso si applicano sul capo degli elettrodi attraverso i quali passa una corrente elettrica di intensità molto bassa. L’obiettivo non è provocare una scarica nel cervello, ma modificare temporaneamente la facilità con cui alcune cellule nervose si attivano. La procedura è generalmente ben tollerata e può provocare un leggero formicolio sulla pelle. La tDCS viene studiata in diversi ambiti, tra cui il dolore cronico, la riabilitazione neurologica e alcuni disturbi dell’umore.
Neurofeedback e scelta del trattamento
Il neurofeedback segue un principio diverso. Attraverso alcuni sensori applicati sul cuoio capelluto, generalmente utilizzando l’elettroencefalogramma, viene registrata l’attività elettrica del cervello. Queste informazioni vengono trasformate in immagini, suoni o semplici esercizi visualizzati su uno schermo. La persona riceve così un riscontro immediato di alcuni aspetti della propria attività cerebrale e, attraverso l’allenamento, cerca di imparare a modificarli. È un po’ come osservare su un monitor il proprio battito cardiaco mentre si prova a rilassarsi. Le principali applicazioni cliniche sono ADHD (disturbo da deficit dell’attenzione/iperattività), ansia e disturbi del sonno, cefalea e emicrania.
Quale tecnica scegliere? Non esiste una neuromodulazione adatta a tutti. TMS, tDCS e neurofeedback hanno modalità di funzionamento differenti e non devono essere considerate intercambiabili. Prima di proporre un trattamento è necessario conoscere il problema del paziente, valutare le terapie già effettuate, le eventuali controindicazioni e soprattutto le prove scientifiche disponibili per quella specifica condizione. La neuromodulazione non deve essere presentata come una cura miracolosa, né come un’alternativa automatica ai farmaci o alla riabilitazione. In determinate situazioni può rappresentare uno strumento aggiuntivo all’interno di un percorso terapeutico più ampio.
Una riflessione finale
Per molti anni abbiamo pensato al cervello soprattutto come a un organo da studiare e, quando necessario, da operare. Oggi abbiamo anche la possibilità di intervenire sul funzionamento di alcuni suoi circuiti senza ricorrere alla chirurgia. È una prospettiva interessante, che apre nuove possibilità di trattamento, ma che richiede prudenza e rigore scientifico. La vera innovazione non consiste nell’utilizzare una tecnologia nuova, ma nel capire quando può essere davvero utile alla persona che abbiamo davanti.
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