La Teologia di Roberta Simini: una riflessione sul mistero del dolore e della sofferenza

Il tema della sofferenza, del dolore e del senso del sacrificio attraversa da sempre la storia dell’umanità e la ricerca spirituale. In questo approfondimento teologico, la professoressa Simini analizza le origini di tali afflizioni a partire dai racconti della Genesi, dal concetto di libertà dell’uomo e dalle tuniche di pelle dei progenitori, ripercorrendo la risposta cristiana attraverso il mistero della Trinità, della Redenzione e dell’offerta di sé per amore.

Un giorno, una persona a me molto cara e con una bella fede feconda, mi domandò:
Ma il nostro Dio in cosa è differente da un Moloch o da un Baal o dagli dei pagani che bramavano sacrifici, di animali ma anche di esseri umani? Penso per esempio a Ifigenia, ai sacrifici dei Maia, e in generale dei popoli antichi. Ha sacrificato Suo Figlio sulla croce, ma ancora oggi gradisce i sacrifici dei Santi come S. Teresa di Liseaux, come Carlo Acutis e tanti altri. Che differenza c’è con gli dei pagani?
Siamo sinceri, chi non si è posto questa domanda almeno una volta nella vita?
Il mistero del dolore, è forse il più grave dei problemi dell’uomo, del dolore innocente soprattutto.
Allora permettetemi qualche riflessione. La teologia orientale mi aiuta moltissimo in questa arrampicata su una parete tanto ripida. Dio ha creato tutto ciò che esiste e noi veniamo scoprendo sempre nuove frontiere, verità che ci erano nascoste solo fino a qualche decennio fa. Ora anche la scienza, nei secoli passati così presuntuosa e autoreferenziale, si apre all’ipotesi “negletta”: Dio Creatore. La Sacra Scrittura cu rivela che Dio creò l’uomo Adamo e la donna Eva a Sua immagine e somiglianza, li pose nel giardino dell’Eden e diede loro l’incarico di custodirlo e coltivarlo. Adamo ed Eva sono nomi significativi, Adamo mette l’uomo in connessione con la terra “Adamah”, Eva con la maternità; infatti, “Avah” è il termine che indica la madre, cioè, in ebraico, vuol dire: mamma.
Sono figure che sintetizzano l’umanità intera, maschile e femminile.
La Genesi ci presenta un primo racconto della creazione dell’uomo e della donna (Gn 1,27) di matrice sacerdotale, e un secondo racconto, molto più plastico, che la critica ci insegna essere frutto di una diversa tradizione, la “Hiavista” dall’uso del tetragramma YHWH, come nome di Dio. (Gn 2,1-4), confluita nella redazione del primo libro della Torah insieme a quella Sacerdotale.
Ma la Bibbia non è solo parola di uomini, non è solo frutto di lavori redazionali, di mentalità differenti, è anche Parola di Dio e come tale non può essere ridotta a un mero documento storico o testimonianza di una cultura antica. Non si fa “storia antiquaria”, con la Parola di Dio.
Dio, quindi, crea l’uomo e la donna e li mette in una situazione di felicità, non c’è la morte, non c’è la malattia, non si uccidono gli animali per mangiare, né gli animali si uccidono tra di loro per sopravvivere. Una situazione ideale, impossibile in questo mondo e in questa dimensione spazio-temporale. L’uomo si stanca della sua situazione, si vede dipendente da Dio in tutto, la Sua stessa amicizia è sentita da lui come un limite. L’uomo sceglie di conoscere il bene e il male, quasi che il suo orizzonte di solo bene, di sola felicità non gli basti più. Sceglie di vivere in una dimensione diversa, sceglie la Terra, piuttosto che il Paradiso. Dio dà all’uomo e alla donna delle tuniche di pelle (Gn 3,21). I Padri della Chiesa vedono in quelle tuniche i corpi di carne che accompagneranno l’umanità in questo esilio. Dio manda via Adamo ed Eva dall’Eden, ma questa cacciata è la conseguenza di una loro scelta precisa. Siamo entrati in questa dimensione e qui c’è la morte, la malattia, la fatica del vivere. Ma Dio non abbandona l’umanità, continua a seguirla in questa avventura nella quale si è cacciata, tra desiderio di autosufficienza, delirio di onnipotenza e scoperta della propria fragilità.
Finché Dio manda Suo Figlio perché ricomponga questa frattura, creata dalla scelta dei progenitori e riapra all’umanità la possibilità di tornare nell’Eden da cui si è fatta cacciare. Gesù si sacrifica per noi, ma quando parliamo del sacrificio di Gesù al Padre, spesso, dimentichiamo che Dio è una Trinità e le Persone divine non sono divise, come fossero tre dei, nemmeno confuse come ci ricorda il Concilio di Calcedonia, non confuse ma non divise. Dio offre sé stesso mostrando il grande amore e la grande pietà che ha verso questa umanità ribelle. Cristo vince la morte con la Sua morte e Resurrezione, mostrandoci che la sofferenza e la morte non sono l’ultima parola sulla vita dell’uomo. Ma c’è una vita vera dopo il passaggio obbligato per noi della morte. La sofferenza, la malattia ci sono, in questa dimensione sono una presenza costante e qui non potrebbe essere diversamente. Non è Dio che manda la sofferenza, questa c’è, è iscritta nella natura, è in questa dimensione, ma Gesù da un senso a questa sofferenza. Si può fare un’offerta di sé nella sofferenza, per amore di Dio e del prossimo. Questo non rende la sofferenza meno intensa, non la fa passare, ma le da un senso, un valore, un significato salvifico e questo è il miracolo del mistero del dolore. La sofferenza, la morte, la fatica fanno parte della vita, ma non finisce tutto qui e i miracoli e le grazie di Santa Teresa, di San Carlo, dei tanti piccoli martiri dell’amore ce lo testimoniano. Che Gesù e Maria Santissima ci accompagnino in questo cammino verso il Paradiso.

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Roberta Simini

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