L’inchiesta rivela presunta bancarotta fraudolenta, evasione fiscale e degrado ambientale, con sospetti di “parentopoli” e mala gestione pubblica.
Un’onda d’urto giudiziaria ha scosso la gestione dei servizi pubblici tra Molfetta e Trani, culminata nel sequestro preventivo di 1,4 milioni di euro e dei sigilli apposti a un impianto di selezione dei rifiuti. La Procura di Trani, con il procuratore Renato Nitti e i pm Pasquale Festa e Francesco Tosto, ha sollevato il velo su una gestione che, secondo il gip Ivan Barlafante, avrebbe non solo contribuito al dissesto della Trasmar sas di Barletta, ma anche disatteso gravemente i doveri verso la collettività.
Al centro dell’indagine vi è l’ASM di Molfetta, società pubblica che nel 2020 aveva acquisito dalla fallita Trasmar un impianto essenziale per il recupero dei rifiuti. Le accuse sono pesantissime: bancarotta fraudolenta, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e reati ambientali. L’operazione della Finanza ha coinvolto sette persone e la stessa società pubblica. Tra gli indagati figurano la presidente in carica dell’ASM, Adele Maria Serena Claudio (66 anni), gli ex presidenti Vito Corrado Paparella (46 anni) e Antonello Zaza (47 anni), il direttore generale facente funzioni Filippo Vernola (63 anni) e l’ex direttore generale Silvio Binetti (67 anni). A loro si aggiungono Ruggiero Rosario Bruno (50 anni), ex socio accomandatario Trasmar, e Paolo Depalma (56 anni), ex amministratore Trasmar.
Le indagini dipingono un quadro preoccupante: la gestione dell’ASM sarebbe stata “totalmente ispirata al sacrificio dell’interesse erariale e previdenziale e all’aggravamento del dissesto della Trasmar”. Si parla di un contratto di locazione con patto di riscatto da 22mila euro mensili per l’impianto, stipulato quando la Trasmar era già in grave crisi e con un DURC negativo, che le impediva di ricevere pagamenti diretti. La società pubblica, secondo l’accusa, avrebbe dovuto riversare questi fondi all’Agenzia delle Entrate e all’INPS, creditori per somme ingenti, ma ciò non sarebbe avvenuto. Questo mancato adempimento avrebbe ulteriormente esacerbato il fallimento di Trasmar.
Ma l’ombra più scura si allunga sulla presunta “parentopoli”. Prima del passaggio di gestione, il personale della Trasmar sarebbe inspiegabilmente balzato da 21 a 47 unità. Tutti questi dipendenti, ipotizzano gli inquirenti, sarebbero poi passati alle dirette dipendenze dell’ASM. Tra loro spicca l’assunzione di Paolo Ragno (56 anni), ex presidente ASM, ex consigliere comunale, marito di un’attuale consigliera comunale e noto a Molfetta come salumiere, che avrebbe assunto il ruolo di direttore dell’impianto di selezione. Un incremento così significativo dei costi del personale, suggerisce il decreto di sequestro, potrebbe essere stato un fattore determinante nella crisi aziendale.
A ciò si aggiunge lo sconcertante scenario ambientale: l’impianto di selezione, in pessimo stato di manutenzione, si sarebbe trasformato in una “vera e propria discarica a cielo aperto”, con rifiuti abbandonati sul piazzale. L’assenza di adeguate disponibilità finanziarie per lo smaltimento avrebbe indotto l’ASM a mantenere rifiuti ad alto costo, aggravando la situazione. Un danno non solo economico, ma anche ambientale e di immagine per la comunità.
Questo episodio si inserisce in un periodo difficile per il territorio, segnato di recente dall’arresto del sindaco di Trani, Tommaso Minervini, che ha portato alle dimissioni della maggioranza dei consiglieri. L’attuale indagine sulla gestione dei rifiuti solleva interrogativi profondi sulla trasparenza e l’integrità nella gestione della cosa pubblica. La Procura ha disposto l’affidamento dell’impianto a un commissario giudiziale, un passo necessario per ripristinare la legalità e la corretta gestione di un servizio essenziale per i cittadini.