“Il Vangelo di Luca 17, 5-10 ci invita a una fede autentica e a un servizio disinteressato”. Una riflessione sulla gratuità e l’umiltà nel seguire Cristo
“Signore accresci la nostra fede” è la domanda che gli apostoli rivolgono a Gesù. Hanno vissuto con Lui per tanti mesi, hanno ascoltato le Sue parabole, i suoi insegnamenti, così diversi dalla normalità delle parole dei rabbini, hanno visto i suoi miracoli, gli hanno visto resuscitare i morti, dare la vista ai ciechi, la salute ai malati, ai lebbrosi, moltiplicare i pani e i pesci e sfamare migliaia di persone, placare le tempeste, camminare sulle acque, eppure chiedono di accrescere la loro fede.
L’animo umano è così invaso dai dubbi, dalla sfiducia, non ci sono argomenti, segni, miracoli, locuzioni interiori, che fughino i dubbi, che portino a quell’abbandono che si chiama fiducia. Come un bambino piccolo nelle braccia di sua madre. E Gesù è proprio quello che desidera da noi, che merita, che vorrebbe ma difficilmente trova nel nostro cuore.
“Se aveste fede come un granello di senapa, direste a questo albero di trapiantarsi in mare e questo lo farebbe!”
Immaginiamo così quanto è debole la nostra fede, e quanto grande la pazienza di Gesù con noi tutti, la Sua misericordia, che ci riprende dopo ogni caduta, dopo ogni dubbio, dopo ogni fuga.
Siamo servi inutili, non nel senso che quello che facciamo è del tutto inutile o superfluo, ma come chiariscono le parole di Gesù, il nostro servizio c’è e si vede, ma non possiamo pretendere per questo di meritare un premio, dobbiamo imparare a servire senza aspettarci in cambio privilegi, onori, riconoscimenti, dobbiamo servire per amore, come Lui ha fatto.
Gesù ha dedicato agli uomini tutto sé stesso, ha portato la Verità in un mondo di menzogne, ha rivelato il volto di Dio, così sfregiato dagli uomini, trasformato in un idolo assetato di sacrifici, vendicativo, impietoso.
Ha portato la Verità di Dio a tutti i popoli, Dio è amore, misericordia, perdono, invita a fidarsi di Lui, ad affidarsi alla provvidenza, a dedicarsi agli altri con lo stesso amore, con la stessa misericordia, con la mitezza che Lui usa con l’umanità.
Servi inutili, dobbiamo sempre ricordarlo, perché non si monti in una forma tristissima di superbia spirituale, soprattutto chi dedica tutta la vita, le energie, il suo tempo al Signore, alla preghiera, allo studio, alla meditazione, alla predicazione, all’insegnamento, il rischio di sentirsi migliori degli altri, di essere più meritevoli degli altri, di aspettarsi privilegi speciali qui e nel Regno di Dio.
La madre di Giovanni e Giacomo, figli di Zebedeo, chiede a Gesù che permetta ai suoi figli di sedere alla Sua destra e alla Sua sinistra nel Suo Regno. Questa richiesta scandalizza gli altri discepoli, ma Gesù risponde, con grande pazienza, che non dipende da lui questa decisione, ma è per quelli per cui è stato stabilito. Gesù non rimprovera questa madre, innamorata dei suoi figli e immersa nella mentalità dell’epoca e della stessa umanità.
Per questa madre i suoi figli sono con Lui fin dal principio, lo seguono, hanno abbandonato le loro certezze, un certo benessere di pescatori armatori, meritano un premio, meritano considerazione. Gesù la comprende, non la tratta con durezza, non la rimprovera davanti agli altri.
È difficile per noi entrare nella logica della assoluta gratuità di sé dei propri gesti, della propria fatica, del proprio servizio, ma Gesù è esigente, si sa, non ama le mezze misure, i tiepidi saranno vomitati dalla bocca, è una Sua frase, e non ammette interpretazioni ambigue, è fin troppo chiara, se vogliamo seguirlo dobbiamo prendere la nostra croce su di noi e imparare ad amare senza aspettarci grandi cose in cambio. “Non vi prometto la felicità in questo mondo, ma solo nell’aldilà”, dice la Madonna ai santi pastorelli di Fatima.
Come loro affidiamoci alla misericordia di Dio, perché tutti noi abbiamo proprio poco da pretendere.
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Non è affatto scontato porgere con chiarezza un concetto non propriamente semplice, ossia la cosiddetta “inutilità“ del servire nei Vangeli… Eppure, Roberta simili accetta la sfida e vi riesce, argomentando con franchezza e coerenza da più punti di vista: servire il sommo bene, accettare di servire il sommo bene non è entrare in un’azienda, fiduciosi e convinti di fare carriera e, soprattutto, di godere di riconoscimenti; servire il sommo bene non è accettare una gara viva nella quale competere e sbaragliare altri concorrenti; servire il sommo bene non è fingere di compiacere, in realtà compiacendo se stessi.
Roberta Simini, con il suo ragionamento,, ci ricorda che, quando si accetta di intraprendere una strada, si deve essere pronti a percorrerla, non per essere ammirati o perché si parli di noi, ma semplicemente perché quella strada è stata scelta; quanti di noi sono in grado mente di affermare e di agire così nella società attuale?
Inoltre, viene quasi spontaneo il pensiero a una certa etica antica, ossia quella socratico-stoica, in base alla quale virtù e vizio rappresentavano rispettivamente premio e castigo in sé, ossia senza ulteriore bisogno di altro; quanti oggi sanno comprendere e osano accettare questa idea?