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San Giuseppe Moscati, il medico di Dio

da Leone Triggiani

E’ stato ed è il Medico tra i medici. Scienza e fede in lui si fusero. E l’umanità fu ricca dei suoi prodigi. Oggi ricorre l’anniversario della sua morte.

Giuseppe nacque a Benevento, il 25 luglio 1890, da Francesco Moscati, magistrato, e Rosa de Luca; fu il settimo dei loro nove figli. All’età di quattro anni si trasferì con la sua famiglia nel capoluogo campano dove ha conseguito gli studi e ha sviluppato la sensibilità per gli ammalati, che poteva osservare dalla finestra della sua abitazione che affacciava sull’Ospedale degli Incurabili.

Il primo ammalato con cui ebbe a che fare fu proprio suo fratello Alberto, il quale caduto da cavallo subì un trauma cranico che gli produsse una forma di epilessia. Quest’evento ebbe un effetto persuasivo su Moscati tanto che lo spinse ancora di più a proseguire la sua vocazione per la medicina. Conclusi gli studi universitari il 4 agosto 1903, dall’anno successivo dopo aver superato due concorsi, presta servizio di coadiutore all’ospedale degli Incurabili a Napoli.

Inoltre, organizza l’ospedalizzazione dei colpiti di rabbia e grazie alla sua capacità di agire tempestivamente ha assistito i ricoverati nell’ospedale di Torre del Greco, durante l’eruzione del Vesuvio nel 1906. Nell’epidemia di colera del 1911 fu invece incaricato di effettuare ricerche sull’origine dell’epidemia, ed i suoi consigli su come contenerla contribuirono a limitarne i danni.

Negli anni si succedono le nomine a coadiutore ordinario negli ospedali e, in seguito al concorso per medico ordinario, la nomina a primario. Contemporaneamente, percorre i diversi gradi dell’insegnamento. Nel 1922, consegue la Libera Docenza in Clinica Medica generale, diventando uno dei più ricercati nell’ambiente partenopeo e non solo, conquistando anche una fama di portata nazionale ed internazionale per le sue ricerche originali, i risultati delle quali vengono da lui pubblicati in varie riviste scientifiche italiane ed estere.

Ma ciò che più ha caratterizzato il professor Moscati è la sua dedizione verso i più deboli e la sua vita impregnata di fede e di carità. Infatti sono numerosi i racconti di pazienti che hanno testimoniato la sua benevolenza restituendo i soldi delle visite mediche. Per lui i pazienti erano delle anime divine, da amare come noi stessi. Un ricco curriculum medico, accanto al quale non ce n’è un al­tro speciale e distinto: un curriculum da santo.

Giuseppe è medi­co e santo insieme, ogni giorno. Per lui vivere è lavorare, è pregare, è studiare. A un giovane medico scrive: «Non la­scerete di coltivare e rivedere ogni giorno le vostre cono­scenze. Il progresso sta in una continua critica di quanto apprendiamo». E lui non “lascia di coltivare” anche la pro­pria formazione culturale cristiana, di pari passo con quel­la scientifica.

Ricerca quotidiana e comunione quotidiana: per Giuseppe so­no due momenti dello stesso impegno. Per deriderne la fe­de, qualcuno lo attira in un equivoco tranello, e lui si “ven­dica” entrando a pregare in una chiesa, per tornare poi tranquillo al microscopio, alla corsia, agli studenti. Sarà considerato un precursore della moderna biochimica. E in­tanto, già sui trent’anni, le sue diagnosi fulminee ed esatte lo rendono famosissimo, molto stimato anche dal sommo clinico Antonio Cardarelli. Insomma, ha tutto per diventa­re uno dei massimi “baroni”.


Ebbe due pazienti celebri: il tenore Enrico Caruso, a cui rivelò – dopo essere stato tardivamente consultato – la vera natura del male che lo condusse alla morte, e il fondatore del santuario della Madonna del Rosario di Pompei, il Beato Bartolo Longo.
Tutte queste doti traevano la propria sorgente dall’Eucaristia, che riceveva quotidianamente, in particolare nella chiesa del Gesù Nuovo, non molto lontana dalla sua abitazione, in via Cisterna dell’Olio 10, dove viveva con la sorella Anna, detta Nina. Grande era anche la sua devozione alla Vergine Maria, sul cui esempio decise, nel pieno della maturità, di rimanere celibe, ma senza farsi religioso.


Ma Giuseppe si sente soltanto veicolo di conoscenze pro­venienti da Dio e destinate a chi soffre. Per le visite in casa, l’onorario è regolato da un cestino con una scritta: Chi può metta qualcosa, chi ha bisogno prenda. Quando il malato è lontano e povero, è lui stesso che gli porta anche denaro. Come porta l’aiuto spirituale durante le cure e do­po, come si preoccupa di raddrizzare esistenze, di orienta­re i confusi. Sempre medico e sempre apostolo, a ritmo intensissimo.


E proprio la carità era, secondo lui, la vera forza capace di cambiare il mondo, come scrisse nel 1922 al dottor Antonio Guerricchio, un tempo suo assistente: «Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo, in alcuni periodi; e solo pochissimi uomini son passati alla storia per la scienza; ma tutti potranno rimanere imperituri, simbolo dell’eternità della vita, in cui la morte non è che una tappa, una metamorfosi per un più alto ascenso, se si dedicheranno al bene».


Giuseppe Moscati morì di infarto il 12 aprile 1927. La poltrona dove si sedette è conservata ancora oggi, come tanti altri suoi oggetti, nella chiesa del Gesù Nuovo, grazie all’intervento della sorella Nina. I padri Gesuiti, a cui è tuttora affidato il Gesù Nuovo, non raccolsero solo la sua eredità materiale, ma si fecero custodi del suo ricordo e seguirono l’aumento della sua fama di santità.

La sua causa di beatificazione si è  svolta nella diocesi di Napoli a partire dal 1931. Dichiarato Venerabile il 10 maggio 1973, è stato beatificato a Roma dal Beato Paolo VI il 16 novembre 1975. A seguito del riconoscimento di un ulteriore miracolo per sua intercessione, dopo i due necessari per farlo Beato secondo la legislazione dell’epoca, è stato canonizzato da san Giovanni Paolo II il 25 ottobre 1987.


Il 16 novembre del 1930 i suoi resti vennero trasferiti dalla cappella dei Pellegrini nel cimitero di Poggioreale alla chiesa del Gesù Nuovo e collocati nel lato destro della cappella di san Francesco Saverio. Sempre il 16 novembre, ma del 1977, quindi due anni dopo la beatificazione, vennero posti sotto l’altare della cappella della Visitazione, a seguito della ricognizione canonica.

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