Questo lungo e dettagliato racconto di Giovanni ci mostra Gesù, che attraversando il centro di Gerusalemme, insieme ai suoi discepoli, incontra un uomo cieco dalla nascita, intento a chiedere l’elemosina.
I discepoli gli domandano: Maestro chi ha peccato, lui o i suoi genitori, per essere nato cieco?
La Torah taceva su questo punto, ma la tradizione teologica giudaica individuava nel peccato la causa delle disgrazie. Con buona pace del Libro di Giobbe.
Può sembrare una ben strana domanda la loro, come potrebbe aver peccato il bambino nel seno della madre? In una vita precedente, ovviamente. Ma la metempsicosi non è contemplata nelle Sacre Scritture, eppure è ampiamente documentata negli scritti mistici e teologici del mondo giudaico. Il Gilgul, ossia la purificazione che avviene con una seconda nascita e relativa espiazione, è ampiamente raccontata per esempio nei Racconti dei Chassidim, di Martin Buber o nel libro sul Baal Shem Tov, mistico ucraino del XVII secolo d.C. Di S. Agnon. Ma ha radici molto più antiche e la domanda stessa degli apostoli lo testimoniano.
Quindi il povero cieco nato era considerato un peccatore o un figlio di peccatori che scontava un castigo.
Questa mentalità fa pace con lo domanda: Che ha fatto di male chi nasce con malattie genetiche, malformazioni, ritardi cognitivi, menomazioni, chi nasce focomelico o chi piccolissimo viene aggredito dal cancro, subisce violenze e vessazioni, fame, miseria, morte. Tutto ciò fa scandalo in ogni epoca. Se Dio è bontà infinita e costoro sono anime innocenti, perché tutta questa sofferenza? Se sono stati peccatori in una vita precedente, questo tranquillizza le coscienze, narcotizza la pietà, rasserena l’animo del credente.
Ma Gesù non è venuto a rasserenare il nostro animo di fronte al dolore, alla cattiveria umana e alla crudeltà della natura.
Semplicemente risponde: Né lui né i suoi genitori, ma è così perché… dobbiamo compiere le opere di Dio!
Gesù ci mette di fronte alla nostra responsabilità, noi dobbiamo fare di tutto perché queste situazioni trovino conforto, sollievo, cura, comprensione, non giudizio affrettato e ingiusto, non indifferenza: Tanto l’ ha in qualche modo meritato.
Il dolore è lì ad interrogarci, a svegliare le nostre coscienze, ad attivarci per fare le opere di Dio.
Certo Gesù gli ridà la vista, Lui può farlo, i santi intercedono e spesso vengono ascoltati, ma noi, noi cosa possiamo fare.
Possiamo condividere, comprendere, aiutare, provare compassione. I più dotati di noi possono studiare il modo di curare, guarire, applicare la tecnologia per ovviare a queste carenze. Non potremo ancora ridare la vista ai ciechi, ma possiamo migliorare moltissimo la qualità della loro vita, abbattere le barriere architettoniche delle nostre città, delle nostre case, possiamo dire una parola di conforto, possiamo educare le nuove generazioni all’accoglienza, all’inclusione, creare una sensibilità che porti a intervenire nelle situazioni di disagio che sono intorno a noi, non girarci semplicemente dall’altra parte.
Gesù ridà la vista al cieco nato nel giorno di sabato. Grande scandalo per i farisei, che di fronte a un miracolo così grande sanno solo scandalizzarsi, perché è stato violato il sabato, giorno in cui nessuna opera poteva essere fatta.
Quanto grande è la distanza da Dio di questo atteggiamento, fatto di formalismo, aridità, incapacità di stupirsi davanti a una cosa così inaudita. Nessuno mai aveva ridato la vista a un cieco nato, nessuno mai, nessuno dei profeti, neppure Mosé o Elia, o Eliseo, che pure avevano resuscitato i morti. Gesù è padrone del sabato, della natura e della vita. I veri ciechi sono coloro che non lo vedono e non lo capiscono. Colui che era cieco ora vede e crede, altri che vedevano sono diventati ciechi. Cerchiamo di essere nel numero di coloro che vedono.
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