Il Vangelo di Matteo ai versetti 17 e seguenti del capitolo 5 ci mostra Gesù che, parlando ai suoi discepoli, chiarisce le intenzioni della sua venuta: Non crediate che io sia venuto ad abolire la legge o i Profeti, non sono venuto ad abolire ma a dare pieno compimento…
Matteo, in tutto il suo Vangelo, si preoccupa di mostrare un Gesù, buon ebreo osservante, ma soprattutto nuovo Mosè, nuovo legislatore.
Matteo scrive per una comunità di giudei, molto devoti alle loro tradizioni e soprattutto alla Torah, Gesù non è l’eretico giudicato e condannato dal sinedrio, ma il Messia, figlio di Dio, inviato dal Padre per dare compimento alle profezie e portare una nuova giustizia, che senza negare quella precedente, la perfeziona, mettendo al primo posto amore e misericordia.
Matteo instaura quindi un parallelo tra la vicenda terrena di Gesù e la storia di Mosè, il grande legislatore a cui Dio stesso, secondo la tradizione, consegna la Sua Torah.
Fin dai primi momenti di vita di Gesù, il parallelo con Mosè si evidenzia con la strage degli innocenti. Come la nascita di Mosè avviene durante un eccidio di bambini ebrei, così anche la nascita di Gesù è accompagnata da una strage di innocenti neonati, fino ai due anni di età, nel territorio di Betlemme e dintorni.
Come Mosè riceve da Dio la legge sul monte Sinai, così Gesù proclama la sua legge sul monte. Le beatitudini e il discorso che segue costituiscono il vero manifesto del cristianesimo.
L’uso ripetuto, poi, della frase: Mosè vi ha detto…, Mosè vi ha comandato, ma Io vi dico, è estremamente significativo del ruolo di Gesù come portatore di una nuova Legge, che procede spesso nel senso di un maggiore rigore morale e di una richiesta maggiore di attenzione al prossimo.
La Torah originale, poi, era stata circondata di commenti, glosse, interpretazioni restrittive o vincolanti, definite da Gesù stesso: lacci e laccioli e da Lui epurate, ridonando alla stessa Legge l’antico spessore morale.
Nei rimproveri che Gesù rivolge a scribi e farisei e dottori della Legge emerge tutto il suo amore per l’antica rivelazione e la Sua preoccupazione di ridarle il suo splendore, andando al cuore dei suoi comandamenti, senza sovrastrutture inutili e fonte di disagio, per il fedele, e di perenne senso di incapacità di piacere a Dio.
L’insegnamento di Gesù può essere sintetizzato e rappresentato da una Sua frase significativa: Il sabato è per l’uomo, non l’uomo per il sabato. Così la Legge è stata donata perché l’uomo viva meglio.
E in effetti, prendendo d’esempio il riposo del sabato, in un mondo che non conosceva e non concedeva se non pochissimi giorni di riposo dal lavoro e dalle attività quotidiane, a quei tempi così faticose, il dono del sabato e della cadenza settimanale di un giorno dedicato al riposo e alla rigenerazione fisica e soprattutto spirituale, fu veramente un dono immenso. Questo però non comporta che un medico non debba, perché è sabato, assistere un malato, o non si debba soccorrere un ferito, che sia umano o animale, o spegnere un incendio, o prendersi cura di chi è nel bisogno.
L’uomo, con i suoi bisogni, con le sue sofferenze è messo al centro della nuova legge:
Ama il prossimo tuo come te stesso. Amatevi gli uni gli altri come Io ho amato voi e persino: Amate i vostri nemici.
Il comandamento che tutti li ricomprende è quello dell’amore. Amore incondizionato, per Dio e per il prossimo, Perché come puoi dire di amare Dio che non vedi, se non ami il prossimo che vedi? Parafrasando Giovanni 4,19 – 5,4.
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