Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti cercheranno di entrare ma non vi riusciranno. (Lc 13, 24)
Questa frase, che suona così dura, è pronunciata da Gesù nella più ampia risposta ad una domanda precisa di un giudeo, mentre andava verso Gerusalemme e verso il suo destino: Signore, sono pochi quelli che si salvano?
Questa domanda è estremamente significativa. Nella mentalità del popolo eletto, solo agli ebrei era dato di salvarsi e tra gli ebrei, solo a coloro che studiavano la Torah e ne approfondivano i precetti per metterli in pratica con estrema cura.
La salvezza veramente riservata a pochi eletti.
Gesù spiazza queste convinzioni, dicendo con estrema chiarezza: Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete.
Non servirà dire abbiamo mangiato e abbiano bevuto alla tua mensa, perch Egli ci riconosca, è altro che il Signore vuole dai suoi, occorre praticare la Sua giustizia, che va al cuore dei comportamenti, che vuole la carità, quella vera, che si pratica nei rapporti con il prossimo, partendo dai propri familiari, vuole la generosità di sé, del proprio tempo, del proprio impegno, prima che del proprio denaro.
Quell’uomo si sentiva tra i pochi salvati, per appartenenza ad un popolo, quello scelto da Dio per preparare la strada al Suo Messia, per una conoscenza delle Scritture, un’osservanza dei precetti, ma Dio è molto più esigente. Non so di dove siete. È terribile questa risposta e non dobbiamo pensare che valga per l’ebreo, per il fariseo, per il dottore della legge, questa risposta è per tutti noi, quando le pratiche religiose ci fanno sentire sicuri, quando preghiamo ma non amiamo, quando non perdoniamo, non ci rendiamo disponibili, anche solo all’ascolto, quando non ci rimbocchiamo le maniche e non ci poniamo a servire chi ha bisogno di noi, quando giudichiamo senza conoscere il cuore degli altri.
La porta è stretta, la salvezza è offerta a tutti, ma non tutti ne sono interessati, non tutti si sforzano di entrare, anzi, molti vivono come se nulla ci fosse dopo questa vita.
È una grande responsabilità non avvisare le persone che con un comportamento egoista, aggressivo, opportunista, indifferente o addirittura criminoso, si va verso un baratro, e che la giustizia è uno degli attributi di Dio, insieme alla misericordia, certo, ma non annullata dalla misericordia, in armonia con essa.
Dio è sempre pronto al perdono, ma bisogna chiederlo, almeno questo, occorre il pentimento, la consapevolezza dei propri errori e se continuiamo a dire al mondo che va tutto bene, che Dio porta tutti in Paradiso, grazie al sangue versato dal Figlio, quel sangue sarà stato versato inutilmente per molti, purtroppo e noi ne saremo responsabili.
Strizziamo l’occhio al mondo con i suoi difetti, con le sue storture, e non pensiamo che noi siamo responsabili della salvezza dei nostri fratelli, dei nostri figli.
E il mondo continua a fare strage di vite innocenti, a odiare, cercare il potere, il danaro, a mandare i giovani a morire, per impossessarsi di terre non sue, di vite non sue, costruendo montagne di dolore.
Sì, la porta è stretta, non illudiamoci, ma non perdiamo la speranza nella potenza della preghiera. A volte ci resta questo e non è poco.
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L’immagine evocativa della porta stretta, nella risposta di Gesù alla questione sulla salvezza, disvela una verità profonda: la salvezza non è una concessione automatica, né un diritto acquisito per appartenenza o osservanza formale. Molti si affanneranno invano, poiché Dio scruta il cuore e la sola adesione esteriore alla legge si rivela insufficiente.
Pur nella sua strettezza, la porta della salvezza rimane aperta a tutti. La risposta a questa offerta divina risiede nell’introspezione, nel pentimento sincero, nell’ascolto attento e nell’impegno concreto verso il prossimo. La misericordia divina si manifesta in equilibrio con la giustizia, e la preghiera si erge come baluardo contro lo sconforto.
Questo insegnamento sfida la presunzione di una fede superficiale e auto-assicurativa. Non è sufficiente professarsi credenti o identificarsi con un gruppo; la vera fede si radica nella coerenza tra i principi professati e le azioni compiute.
Gesù esorta a una giustizia interiore, che emana dal cuore e si traduce in amore, carità, perdono e servizio, soprattutto verso coloro che ci sono più vicini. Un invito pressante ad abbandonare l’ipocrisia, a riconoscere le proprie fragilità, implorando il perdono e abbracciando un cambiamento autentico.
Nel contesto attuale, ciò si traduce in una responsabilità tanto individuale quanto collettiva: difendere la dignità umana, combattere l’indifferenza dilagante, adoperarsi per la pace e la giustizia, consapevoli che la salvezza non è un automatismo.
Tuttavia, la speranza rimane incrollabile: sebbene la porta sia stretta, la forza della preghiera sostiene il cammino e la lotta quotidiana per incarnare la giustizia divina, offrendo la promessa di un orizzonte di salvezza raggiungibile attraverso l’impegno costante e la profonda conversione del cuore.