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Suor Maria Rosa Pellesi, per la beata il sanatorio fu una via per santità

La beata suor Maria Rosa Pellesi (t 1972), della Congregazione delle Francescane Missionarie di Cristo, dette di Sant’Onofrio, nutriva una spiccata tenerezza filiale per la Madonna. La presenza di Maria l’accompagnava in ogni dolore e sofferenza. Scrive una sua consorella: «Mi diceva spesso, quasi scherzando, per esprimere la sua confidenza: “Se Gesù non vuole ascoltarci, lo diciamo a sua Madre!”».
Diceva anche: «Mettiamo tutto nelle mani della Madonna. Lei penserà ad offrire a Gesú le nostre piccole sofferenze» Una vita non lunga, 55 anni appena, esattamente spaccata in due dalla malattia, che la relega per 27 anni in un sanatorio. Una vita che, malgrado ciò, ha come segno distintivo il sorriso, stampato inalterabile sul viso ma faticosamente ricercato e conquistato come espressione di una pace interiore che, in quelle condizioni, non è per nulla scontata, neppure per una religiosa.

Bruna Pellesi nasce il 10 novembre 1917 a Morano, frazione di Prignano sulla Secchia, nel modenese, ultima di nove figli e per questo coccolata e vezzeggiata da tutti. La vita le regala di tutto e di più: bellezza ed eleganza, buonumore e dolcezza, allegria e tanta pace. E anche l’amore, che sboccia sui 17 anni, ma che sembra non soddisfare appieno la sua ricerca di un più grande amore. Come neppure la realizza la maternità adottiva di ben sei figli di cui a 18 anni comincia a prendersi cura, in conseguenza della morte quasi contemporanea di due sue giovani cognate.

In realtà, nel cuore di Bruna sta nascendo la vocazione religiosa, che la famiglia non contrasta in nome di quella fede solida in cui i figli sono stati educati e che lei riesce ad appagare a 22 anni, entrando tra le Suore Terziarie Francescane di sant’Onofrio a Rimini. Parte da casa in fretta, per non lasciarsi soffocare dalle lacrime, e questo dice quanto doloroso sia il distacco da un ambiente amato ed in cui è stata tanto amata. Dopo il noviziato e i primi voti, con il nuovo nome di Suor Maria Rosa si tuffa nella vita attiva della comunità di Sassuolo, proprio negli anni in cui infuria la guerra che semina distruzione e morte.

“Vengo dalla campagna, sono abituata a lavorare”, risponde a chi le suggerisce di risparmiarsi un po’ nella sua frenetica attività di apostolato. La svolta della sua vita arriva nel 1945, non solo perché è trasferita a Ferrara, ma soprattutto perché in quell’anno si manifestano in lei i sintomi della tubercolosi, che a novembre le spalancano le porte del sanatorio. Ha 28 anni, solo cinque dei quali passati in convento; gliene restano altrettanti da vivere, ma tutti nella scomoda e dolorosa condizione di malata cronica, in una clausura non voluta, in un isolamento che tanto contrasta con il suo carattere, in una monotonia che rischia di incessantemente tingere di grigio i giorni, le settimane e gli anni.

“Ho iniziato la mia vita sanatoriale piangendo, ma ho chiesto al buon Dio di terminarla cantando le sue misericordie”: in questa confidenza c’è tutto il travaglio interiore di una giovane vita che fatica ad adattarsi alla malattia ed all’inattività, ma c’è anche tutta la risoluzione di chi non si rassegna a “lasciarsi vivere”. Inizia così il percorso lungo di una fede che si deve irrobustire e di una speranza che non bisogna smarrire malgrado tutto. “Non avrei mai creduto che in sanatorio la virtù venisse messa così a dura prova, purtroppo c’è tanto male nonostante sorella morte continuamente ci sfiori”, scrive suor Maria Rosa, a testimoniare tutta la difficoltà che incontra a vivere in un ambiente in cui la promiscuità, la forzata inattività e, forse, anche l’ineluttabilità della morte fanno abbassare notevolmente il senso del pudore e la santità dei sentimenti. Davvero non c’è poesia o sentimentalismo in questa nuova condizione in cui si trova a vivere, ma soltanto il rischio di una prosaica e, per certi versi, squallida situazione in cui anche lei rischia di essere risucchiata

Di fronte alla quale lei reagisce nell’unico modo che le è possibile: innanzitutto conquistando una propria pace interiore e poi proiettandosi sugli altri. “Ho bisogno di calma, di forza, di spirito di adattamento; debbo adattarmi soprattutto a non poter far niente, ad avere bisogno di tutti”, scrive al direttore spirituale, mentre gli chiede di “tenerla sempre sull’altare” in uno spirito di continua offerta e di completa immolazione che, giorno dopo giorno, la porta a conquistare l’amore vero, quello che aveva sempre cercato e  che le permette un giorno di poter dire al suo Gesù: “Voglio che la mia vita sia amore per te, con te e in te”.

In mezzo, lo sforzo continuo di vincere la monotonia con la sofferenza, di rendere straordinario l’ordinario,  di fare grandi anche le piccole cose curando quelle minime fino alle sfumature, di imparare a farsi samaritana verso gli altri malati, donando loro cuore e sorriso, cioè le uniche cose che la malattia non è riuscita a spegnere. Il paradosso evangelico in lei si compie nel raggiungimento di una felicità autentica e piena, anche quando arrivano ad estrarle cinque volte al giorno il liquido pleurico, è minacciata dalla cecità, si riduce ad essere 43 chili tutti di dolore e la morte si avvicina a grandi passi. “Lo dico in un momento in cui non posso tradire… quello che conta è amare il Signore. Sono felice perché muoio nell’amore, sono felice perché amo tutti”, esclama il 1° dicembre 1972, poco prima di chiudere gli occhi per sempre. E la Chiesa, riconoscendo che suor Maria Rosa davvero ha saputo trasformare il dolore in amore, l’ha beatificata il 29 aprile 2007.

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