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Unite nella vita, unite nel sepolcro le due venerabili sorelle Comoglio e le loro stimmate invisibili

da Leone Triggiani

Le Serve di Dio Teresa e Giuseppina Comoglio, vissero sulla via della santità sin da bambine, figlie di Giuseppe e della sua seconda moglie Rosa Perello, ebbero dai pii e devoti genitori, un’educazione cristiana, ereditando una grande devozione per il SS. Sacramento e per la Madonna.

Il padre, giardiniere nelle ville signorili, rimase vedovo con una bambina di nome Giuseppina, morta a cinque anni, poi si risposò sposò con Rosa Perello, donna virtuosa, in seguito considerata “modello delle donne cristiane”.

I coniugi Comoglio, ebbero tre figlie, Teresa nata il 27 giugno 1843 a Piobesi, Agnese che morì a soli tre anni (la mortalità infantile era una piaga di quei tempi) e Giuseppina, nata il 17 marzo 1847 a S. Vito sulla collina torinese, alla quale fu dato il nome della sorellina morta.

Papà Giuseppe riuscì a trovare un impiego come segretario in una fabbrica poco distante dal ‘Convitto Vedove-Nubili’, continuando comunque a fare il giardiniere, questo permise alla famiglia di spostarsi in via Monte dei Cappuccini 27. Ma il 13 ottobre 1848, colpito da una forte febbre e dopo due inutili salassi, Giuseppe morì, lasciando da sola Rosa e le piccole Teresa di 5 anni e Giuseppina di un anno.

La vedova si trovò in miseria, svolgendo qualche umile compito nel Convitto su accennato, ma non mancò mai di dare alle figlie una profonda educazione religiosa, anzi fu protagonista di un piccolo prodigio, un giorno che non aveva i soldi per comprare il pane alle bambine, si fermò a pregare davanti alla Madonna del Pilone e lì trovò tra i sassi 3 monete e 40 centesimi, con cui poté comprare il pane. Insegnò alle figlie a pregare spesso davanti a quel pilone, che in seguito diventò un punto di ritrovo di parecchi fedeli, per la recita del Rosario, al punto che i frati acconsentirono ad allargare la piazzetta antistante.

Inoltre mamma Rosa conduceva spesso Teresa e Giuseppina alla Basilica del Corpus Domini per alimentare la loro devozione Eucaristica. Teresa la più grande, verso i 14 anni fu ammessa tra le Figlie di Maria della parrocchia della Gran Madre di Dio, seguita ben presto dalla sorella Giuseppina, progredendo quindi unite sulla via della perfezione. Da allora si alzarono alle quattro e trenta del mattino per il canto delle lodi e per partecipare alla S. Messa, per poi cominciare il lavoro di fioraie, che svolgevano impeccabilmente (specie Giuseppina) con i loro fiori di seta, oro e argento.

Fare le fioraie, permetteva loro di lavorare con indipendenza a casa e di avere tempo per le opere di carità. La vasta clientela era ammirata dal loro lavoro, ma anche edificata dalla loro grande pietà, dalla pratica delle virtù cristiane e dallo spirito di preghiera che le animava.

Con lo scopo di conseguire una più intensa perfezione cristiana, il 14 novembre 1883, vollero entrambe entrare nel Terz’Ordine Francescano, in seno al quale si sentirono sempre come suore, pur non vivendo in forma claustrale. Le due sorelle Comoglio, nell’ambito della propria casa, diventata come un monastero, potevano dedicarsi all’apostolato in forma più agevole. Si cominciò a venerare una statua della Madonna sotto il titolo della Gran Madre di Dio e un’oleografia del S. Cuore, che nel tempo diventarono il centro devozionale del loro amore per la Vergine e per il S. Cuore di Gesù. Il 1° novembre 1866 le due sorelle furono aggregate alla Fraternità di S. Tommaso, dov’era dirigente il venerabile Paolo Pio Perazzo, il ferroviere santo di Torino.

Dopo la morte del padre, la famiglia aveva dovuto traslocare in vari posti, finché con l’interessamento del gesuita Enrico Vasco, loro direttore spirituale, furono sistemate nella casa parrocchiale di S. Massimo in Via dei Mille 28. Si trattava di due stanzette semibuie ma comunicanti con una piccola tribuna prospiciente l’altare maggiore, ottima posizione per la visita diurna e notturna al SS. Sacramento, così s’intensificò la loro devozione al S. Cuore “prigioniero d’Amore” nel Tabernacolo.

Nonostante le loro numerose istanze all’arcivescovo di Torino, per fare rimanere aperte le chiese durante il giorno e per indire celebrazioni riparatrici al S. Cuore, esse però non riuscirono nell’intento. In questo periodo conobbero Paolo Pio Perazzo, il quale anch’egli innamorato dell’Eucaristia, recepì i loro desideri e le affiancò nell’opera di fondazione dell’Arciconfraternita dell’Adorazione Quotidiana Universale Perpetua, divenendone il maggiore propagatore, l’Associazione aveva due intenzioni, “risarcire” Cristo delle offese ricevute e “placare” la Divina giustizia.

L’Opera dell’Adorazione cominciò nel 1870, superando vari ostacoli, come derisioni e ingiurie che piovevano loro addosso, venendo trattate anche da visionarie; fino al 1890 ebbe un carattere privato con una ristretta cerchia di circa duemila aderenti, con sede primaria nella Chiesa di S. Tommaso di Torino.

Nel 1891 Teresa Comoglio si offerse vittima al Signore per l’Opera dell’Adorazione, il Signore l’esaudì e fin dal maggio 1891 si mise a letto, colpita da violente contrazioni nel corpo, alquanto gibboso; la medicina poteva far ben poco e il 2 giugno 1891 Teresa a 47 anni, donava la sua anima a Dio. I funerali videro la partecipazione di un’immensa folla perché era considerata una santa.

L’anno successivo 1892, l’arcivescovo di Torino, diede l’approvazione diocesana all’Opera dell’Adorazione; per concludere su Teresa Comoglio, bisogna aggiungere, che dietro suo desiderio, il medico curante dott. Bonelli, la sera seguente al suo decesso alle ore 22, estrasse dal corpo di Teresa il cuore e lo portò al laboratorio Riberio, consegnandolo al flebotomo Ballario.

Questi dopo averlo esaminato attentamente, riscontrò una ferita al ventricolo destro, come da una pugnalata, la cui ferita era larga nove millimetri, presente sin dai 7-8 anni di età e portata da Teresa fino alla morte. Il cuore, immerso nella formalina, è posto in un loculo preparato nella sacrestia di S. Tommaso.

Giuseppina Comoglio sopravvisse alla sorella altri otto anni, durante i quali dovette cambiare residenza andando a S. Donato, accolta con gioia dalle Figlie di Maria. Il resto della sua vita non fu facile, divenne oggetto di critiche, calunnie, pettegolezzi giornalistici circa la statua della Madonnina, che operava anche prodigi, poi con la preoccupazione del pagamento delle rate per la costruzione della nuova Casa delle Figlie di Maria, delle quali era stata nominata superiora.

Anche lei come la sorella, fu oggetto di fenomeni mistici, come la mancata bruciatura delle mani su una candela accesa, e le estasi; il dottor Bonelli che aveva curato Teresa, annotava diligentemente i fenomeni; un consulto medico nel 1892 la dichiarò prossima alla morte, per le violente trafitture che sentiva al cuore, che si arrestava improvvisamente per poi riprendere a battere e invece visse ancora altri sette anni, sempre tormentata da intensi e dolorosi mali.

Morì il 2 maggio 1899 a 52 anni anch’ella a Torino, l’autopsia effettuata da valenti medici non esitò a dichiarare la presenza reale di stimmate, benché invisibili.

Fu sepolta nel sepolcro dove già riposavano la madre e la sorella Teresa; nel 1930 il 30 gennaio i resti delle due venerate sorelle furono poi trasportati in un apposito loculo posto nella Chiesa di S. Tommaso.

La loro tomba, come pure quella del loro grande collaboratore e realizzatore, della comune “Adorazione Quotidiana Universale Perpetua” poi approvata dalla santa Sede nel 1911, sono meta di pellegrinaggio. Unite nella vita, unite nel sepolcro e si spera caso eccezionale nella storia della Chiesa moderna, unite nella gloria delle anime elette e beatificate. La loro causa congiunta fu avviata nel 1941.

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