Capurso, ‘Costruire una cultura per l’‘Affido’, la storia di Denny, da bimbo ‘affidato’ a studente di architettura

Capurso, ‘Costruire una cultura per l’‘Affido’, l’incontro con Danny, da bimbo affidato a studente di architettura

La storia di Denny

L’affidamento familiare è un istituto giuridico regolato dalla Legge n. 184 del 1983 (Diritto del minore a una famiglia). Uno strumento nato per supportare le responsabilità genitoriali delle famiglie in difficoltà, anche solo temporaneamente. Secondo il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, i minorenni accolti in affido, alla fine del 2019, in Italia, sono stati circa 13.555, ovvero l’1,4 per mille della popolazione minorile (monitoraggio pubblicato della Collana Quaderni della ricerca Sociale, n. 49 e nella sezione “Studi e Statistiche” del Ministero). Nel report si sottolinea anche l’evidente fase di stallo del fenomeno dell’affidamento familiare. Stallo che non è omogeneo a livello nazionale. Nel senso che ci sono regioni virtuose – che cercano di incrementare la cultura dell’affido -, e regioni che non lo sono affatto.

Sabato 29 ottobre, a Capurso, presso la biblioteca D’Addosso, si è tenuto un interessante convegno sul tema, promosso dallo stesso Comune per volontà dell’assessora al Welfare Mariella Romano.  All’incontro hanno partecipato Enza Spadavecchia, vice presidente della cooperativa sociale Innotec (servizi per famiglie minori, relativi all’ambito 5, di cui Capurso fa parte, insieme a Cellamare, Adelfia, Valenzano e Triggiano – Comune capofila), l’associazione ‘L’Intreccio’ (Centro ascolto famiglie), presente con diversi sportelli sui territori comunali menzionati, convenzionata Innotec e con Denny Grimaldi, capursese, che ha parlato della sua esperienza di ex bambino affidato. Denny, 19 anni, oggi, è un brillante studente di architettura e scrittore (alcuni suoi racconti fanno parte del libro “Pensieri in Libertà” ed. Cornero). Tra il pubblico la dottoressa Tina Macchia, assistente sociale del Comune di Capurso che ha seguito l’intera vicenda del ragazzo.


Una storia a lieto fine quella di Denny che tra mille peripezie, sofferenze, fughe e abbandoni, “per puro caso”, come lui stesso afferma, ha incontrato la famiglia che lo ha accolto in modo definitivo fino all’adozione. Oggi Denny è un ragazzo felice, nonostante le ferite, perché, ha detto “La felicità è un dono che va ricercato in ogni cosa che facciamo. E per ognuno è diverso. Per me, è vedere l’altro gioioso”.

Che ricordi hai della tua famiglia biologica?
“La mia era una famiglia povera economicamente, spiritualmente e culturalmente. Di mia madre so poco. Non sapevo neppure che lavoro facesse. Non l’ho mai capito. Forse lavorava in modo precario in una pasticceria. Mio padre era un alcolista e faceva il lava scale. Ero piccolo quando è morto. Mia madre si rifece una vita e da allora non so più niente di lei. Ho tre fratelli, due maschi più grandi di me e una sorella più piccola. Anche lei in affido. Ma con loro non ho più rapporti”.

Ricordi il tuo primo affido, quanti anni avevi?
 “
Lo ricordo, sì. Avevo sei anni. Ero molto piccolo. Non andò a buon fine perché mi facevano tante inutili promesse. Promesse che non erano in grado di mantenere”.

Poi…?
“Poi finii in una famiglia di Andria. Vi rimasi molti anni. Ma non stavo bene. Soffrivo. Pensavo sempre alla mia famiglia d’origine. La desideravo. O forse desideravo la famiglia che mi ero idealmente creato. In ogni caso, presto mi allontanai, anzi fuggii da quel posto, percorrendo ben 35 km in tangenziale, a piedi, pur di ritornare a casa mia, dove però trovai la stessa situazione. Alla fine finii in una comunità minorile”.

Qual era la tua vita allora? Andavi a scuola?
“Gli anni passavano tra alti e bassi, affidi, abbandoni, fughe e rientri a casa. Frequentavo la scuola e lavoravo contemporaneamente. Ho fatto il cameriere, il ragazzo delle consegne in una pizzeria. Volevo aiutare la mia famiglia. Avevo solo 15 anni. Spesso tornavo a casa da scuola, affamato. Non trovavo cibo. E mia madre non c’era. Non avevo nulla. Mangiavo solo quando lavoravo in pizzeria. Mio padre come ho detto morì. E mia madre che per noi non c’era mai stata, decise di sparire definitivamente legandosi a un’altra persona. Pensai di andare a vivere da mio fratello che nel frattempo si era sposato. Anche qui, però, non stavo bene. Insomma, quel periodo lo ricordo come particolarmente caotico”.

Che ruolo hanno svolto le assistenti sociali e le istituzioni nella tua vita?
“Un ruolo importantissimo. Determinante. Mi rivolsi alla dottoressa Tina Macchia che dirige l’ufficio dei servizi sociali di Capurso, che già seguiva il mio caso, per dirle che non potevo più stare con la mia famiglia e che la mia vita si stava lentamente trasformando in un inferno. Sono finito anche in una comunità minorile dove ho incontrato l’amore della mia vita. Una ragazza che aveva più o meno la mia stessa età, che ora non c’è più stroncata da una malattia. Entrambi avevamo bisogno d’amore e rispetto, ed è stato proprio in questa reciprocità che abbiamo trovato la forza di dare alle nostre vite la dignità che meritavamo. Nell’amore ci siamo riconosciuti persone. Questa è la verità”.

Anni bui, di sofferenza e amarezza, quando incontrato la tua attuale famiglia?
“Quando si dice il caso. Facevo il cameriere in una pizzeria. Un amico quasi per scherzo mi chiese se volevo andare in campagna a raccogliere ciliegie. Istintivamente risposi di sì. Tra i tanti lavori che facevo, quello sarebbe stato l’ennesimo. Ecco, ho incontrato la mia attuale e unica famiglia in quell’occasione. Non so come dire… Ma scattò subito qualcosa di speciale tra me e quel bravo signore che mi trattava con modi gentili e che presto sarebbe diventato mio padre. Capii subito che c’erano delle affinità sia con lui che con la moglie. Non smetterò mai di ringraziarli. Persone di una forza straordinaria. Incredibile. L’inserimento nella loro famiglia è stato graduale. Cominciammo a frequentarci attraverso una serie di inviti, prima a colazione, poi a pranzo e poi a cena. Quando fummo ‘sicuri’ mi trasferii definitivamente a vivere da loro. Ed ora, eccomi qui a raccontare la mia vita di studente al primo anno di architettura. A loro devo tutto”.

Ci sono altre persone che vorresti ringraziare?
“Certamente. Senza le assistenti sociali, la dottoressa Macchia, senza le mie insegnanti di scuola elementare e la vicepreside della Savio-Montalcini, Maria Luisa Lavalle, che stasera sono qui, non avrei potuto farcela. Senza queste persone che mi hanno dimostrato che cosa significa amare incondizionatamente, oggi sicuramente non sarei quello che sono. Nella dolorosa assenza di una famiglia, che nessun bambino dovrebbe mai vivere, senza queste persone non avrei potuto fare esperienza della gratuità dell’amore. Nella solitudine dell’abbandono familiare e dei successivi tentativi di affido, avevo comunque i miei punti di riferimento”.

Una bellissima testimonianza, come vorresti concluderla?
“Ho sempre desiderato che tutte le persone che prima mi hanno accolto e poi abbandonato mi chiedessero scusa. Sicuramente io avrò sbagliato in tante cose. Sarò stato ribelle. Insofferente. Cupo. Triste. Inconsolabile. Piagnucoloso. Capriccioso… ma ero piccolo e avevo bisogno d’amore. E loro, tutto questo malessere, non l’hanno saputo leggere. Comprendere. Non voglio colpevolizzare nessuno. Tuttavia è necessario sapere che chi si appresta a compiere passi così importanti e delicati, come quello dell’affido, ha di fronte un bambino capace di pensare già in modo elaborato. Di sentire l’amore, l’indifferenza o l’incapacità di amare da parte degli adulti e di essere considerato un momentaneo riempitivo necessario più al loro benessere che a quello del bambino. L’affido è uno strumento straordinario e in taluni casi può fare davvero la differenza. Non sempre sfocia o si risolve in un’adozione. Anzi. L’obiettivo è quello di aiutare le famiglie che pur vivendo momenti di difficoltà non vogliono rinunciare ai loro figli. Ma il mio è un caso davvero particolare… Ah…Dimenticavo, il mio papà si chiama Donato…Donato come me…”.

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