Dai primi secoli del Cristianesimo ad oggi il rischio dell’affermarsi delle posizioni pelagiane, nella Chiesa, non è mai veramente venuto meno, anzi nei nostri giorni si assiste ad una sua diffusione sempre più capillare che, aimè, spesso sembra coinvolgere anche i vertici della gerarchia ecclesiastica.
Chi era Pelagio e cos’è il Pelagianesimo? Viene in mente la grande polemica tra Sant’Agostino e questo monaco di origini britanniche, nel quarto, quinto secolo d. C.
Pelagio è il nome ellenizzato del celtico Morgan, vuol dire “uomo di mare”, perché dal mare arrivò nel continente europeo e poi in Terra Santa. Nato in Britannia nel 360, si trasferì in Palestina, dove visse un ascetismo rigoroso, come monaco cristiano e dove morì nel 420.
Il suo pensiero teologico parte dalla considerazione che il peccato originale, che aveva provocato la cacciata dell’umanità dal Paradiso terrestre, aveva macchiato i progenitori, ossia Adamo ed Eva, ma non si era trasmesso ai discendenti, neppure sotto forma di tendenza al male. L’uomo, quindi, resta libero di scegliere tra il bene e il male senza il pesante condizionamento del peccato originale. Una vita rigorosamente ascetica, la rinuncia ai piaceri, ai vizi e al peccato, sarebbero realizzabili, e porterebbero a meritare la salvezza, il Regno di Dio.
In questo scenario il sacrificio di Cristo non è più un indispensabile pagamento del debito che incatena l’umanità, non è più la liberazione dalla cappa del peccato, che condiziona pesantemente le scelte dell’uomo, come dice San Paolo, il Documento del debito è inchiodato alla Croce (Colossesi 2,13-14). La frase di Gesù morente: Tutto è compiuto chenell’originale greco è tetelestai, termine usato nel diritto civile per indicare che un debito era stato saldato, sanziona quanto dice San Paolo. Il debito del peccato di Adamo, che ha coinvolto tutta l’umanità, è stato pagato da Gesù con la Sua passione e morte, con la sua obbedienza alla volontà del Padre, lì dove l’umanità fu disobbediente in Adamo ed Eva.
Cosa rimane del sacrificio di Cristo per Pelagio? Semplicemente un modello da seguire, da imitare, alla cui scuola mettersi e procedere nell’obbedienza ai comandamenti.
Non era necessari, quindi, quel sacrificio, ma era un esempio da seguire per poter raggiungere il Regno dei Cieli. L’uomo può fare a meno di Cristo, nel procurarsi la salvezza, può acquistare meriti, senza la necessità del supporto della grazia, insomma si può salvare da solo, con le sue forze.
A questo si oppose con forza Sant’Agostino, non a caso chiamato il Doctor Gratie, che instancabilmente attaccò questa posizione, che molto consenso trovava soprattutto tra i monaci e le persone più religiose. Fino alla fine della sua vita Agostino attaccò Pelagio e il Pelagianesimo, la sua ultima opera incompiuta per il subentrare della sua morte fu il Contra Iulianum, opus imperfectum, appunto imperfetto perché non ultimato.
Agostino sosteneva in accordo con la Tradizione della Chiesa e con San Paolo, che il sacrificio di Cristo avesse riaperto per noi la via verso il Regno, la relazione col Padre, ci avesse liberati dal dominio del peccato, dal dominio di satana, dalla amartia, termine greco per errore, mancanza, o mancare il bersaglio.
Il sacrificio di Cristo ci dona la Grazia, senza la quale nulla possiamo fare di buono, di santo, che piaccia al Padre.
Ogni sforzo dell’uomo è contaminato da questa ferita, (vulnus) che vanifica ogni buona intenzione, facendola deviare verso l’errore, in ultima analisi verso quel senso di autosufficienza, verso il sentirsi migliori degli altri e, in ultima analisi, verso la mancanza di carità e compassione per chi sbaglia.
Se pensiamo all’impegno di questo grande Padre della Chiesa, Agostino, nel combattere il Pelagianesimo nella Chiesa, ci chiediamo come sia possibile che questo si ripresenti nei secoli come gnosi, ma non solo, ma anche in alcuni documenti ufficiali e importanti della stessa gerarchia ecclesiastica, come alcuni teologi tradizionalisti mostrano e sottolineano.
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