Nel Vangelo di Matteo al capitolo 13,44-52, Gesù ci parla del Regno dei cieli e, per farci capire quanto è importante per noi conquistarlo, fa una serie di esempi, tratti dalla vita comune con le sue possibilità.
Un tesoro in un campo, una perla preziosa, entrambi non sono in possesso dell’uomo che li desidera per sé, occorre che questi venda ciò che ha per acquistarli, perché ne vale la pena, perché molto più preziosi di ciò che possiede.
Così è per il Regno dei cieli, non si ottiene a caso, ma occorre cedere qualcosa per poterlo conquistare, occorre cambiare prospettiva, buttarsi nella ricerca, accogliere la sua offerta. Non si può darlo per scontato, bisogna desiderarlo, capirne il valore ed essere pronti a rinunciare a ciò che riteniamo importante, alle false sicurezze, alle relazioni pericolose, al proprio egoismo, inseguirne la bellezza, la grandezza, la promessa di felicità eterna, che è una certezza per un cuore puro.
Il Regno dei cieli è come una rete, gettata in mare, raccoglie pesci buoni e pesci cattivi. Continua Gesù nel Suo discorso.
Per capire questa similitudine occorre tener presente che, per la religione ebraica, solo i pesci con la spina possono essere consumati come cibo, sono puri; secondo le norme della kasherut, tutti i molluschi (polpi, calamari, seppie, come cozze, vongole, ostriche e così via) e tutti i crostacei (aragoste, astici, gamberi, scampi e così via) non son puri e non possono e non debbono essere consumati come cibo.
Da qui il gesto dei pescatori di conservare nei canestri i pesci buoni e gettare via quelli cattivi, ossia impuri.
Ancora una volta Gesù avvisa che non tutti indistintamente saranno ammessi nel Regno dei cieli, ma solo coloro che avranno saputo cogliere nelle Scritture e nei Suoi insegnamenti tutto ci che è utile e necessario per la salvezza.
Così come uno scriba, in greco grammateus, ossia un funzionario pubblico, un segretario o un archivista, un esperto conoscitore e interprete delle leggi, divenuto discepolo del Regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche.
Dallo scrigno della conoscenza delle Scritture, dall’esperienza di secoli di fede vissuta, di battaglie vinte tra bene e male, di vite eroiche di santi uomini e donne, di fede semplice o di riflessione teologica, filosofica, da secoli di dibattiti, di eresie e di risposte, di Concili e di scismi, lo scriba che segue l’insegnamenti di Gesù, sa trarre cose antiche e cose nuove.
Non si deve avere paura del nuovo, non tutto ciò che è nuovo viene dal maligno, secoli di cammino, di evoluzione del pensiero, di approfondimento della fede e della Parola, non sono da emarginare, da guardare con diffidenza e nostalgia, di un passato che perfetto non è stato mai. Ma neppure ciò che secoli di tradizione hanno trasmesso alla Chiesa di oggi, sono da guardare come un peso, come antiquariato ormai inutile e oppressivo, ma come mattoni vivi e vitali di un edificio di carne e di sangue, quale è la Chiesa di Cristo.
Carne la nostra, sangue di Cristo e dei tanti martiri, che ancora oggi accompagnano la presenza cristiana nel mondo.
Essere cristiani davvero è una bella sfida, sfida al mondo e alle sue priorità, alla prepotenza di che si crede autosufficiente, a chi crede che dominare gli altri sia segno di superiorità intellettuale e morale, sfida a chi pensa che non dovrà mai rendere conto delle sue azioni. Ma ne vale la pena sicuramente, il premio è eterno.
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