Un ridimensionamento strutturale che penalizza il diritto alla salute e alimenta una fuga sanitaria fuori regione da oltre 300 milioni di euro. L’analisi della gestione della sanità in Calabria si scontra con i recenti indicatori storici pubblicati dall’Istat, che certificano una contrazione verticale dei posti letto ospedalieri pari al 61,2% nel periodo compreso tra il 1996 e il 2023: il bilancio peggiore registrato su scala nazionale. Sulla delicatissima questione interviene la vicepresidente della Commissione Sanità regionale, Rosellina Madeo, che contesta apertamente la narrazione ufficiale sull’uscita dal commissariamento e definisce l’attuale gestione della medicina territoriale una manovra puramente di facciata.
Al centro della denuncia politica vi è lo stato delle 63 Case di Comunità previste sul territorio e finanziate con i fondi del Pnrr, descritte come strutture prive della necessaria dotazione di organico e strumentazioni. A sollevare forti perplessità è anche la recente spaccatura con il Sindacato dei medici italiani, contraria all’obbligo per i medici di medicina generale di coprire turni settimanali di almeno sei ore all’interno di tali presidi, penalizzando l’assistenza domiciliare e il rapporto di fiducia con gli assistiti.
La riorganizzazione rischia di trasformarsi in un cortocircuito burocratico. Senza una pianificazione integrata, le nuove aperture si limitano a impiegare gli stessi professionisti già operanti nelle Aggregazioni Funzionali Territoriali (Aft), destinate alla continuità assistenziale sulle 12 ore.
«Dunque, senza una programmazione integrata e realmente concreta si è caduti nel ‘copia e incolla’ burocratico: un nuovo contenitore fisico che può e deve contare sempre sugli stessi identici medici che stavano già facendo quel lavoro a pochi chilometri di distanza. Risultato? Il servizio al cittadino resta identico, se non frammentato, ma lo Stato ha speso milioni per i muri», attacca Rosellina Madeo, rimarcando come la mancanza di standard di sicurezza spinga alla fuga sia le figure professionali locali sia il personale di supporto estero. L’assenza di filtri sul territorio costringe i cittadini a intasare i pronto soccorso a causa della carenza di reali alternative assistenziali.
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