La notizia della resurrezione di Lazzaro, ad opera di Gesù, si è sparsa per tutta la Giudea, molti dei presenti infatti erano venuti da Gerusalemme, distante appena tre chilometri da Betania, per confortare Marta e Maria.
I timori del Sinedrio e dei farisei vengono poi rafforzati dall’ingresso trionfale di Gesù nella città santa. La paura di una ennesima rappresaglia violenta da parte dei romani si fa sempre più reale. Gesù, infatti, è acclamato come Messia, e il Messia che gli ebrei attendevano, da tanto e con tanta ansia, era un Messia politico, un liberatore, colui che avrebbe ripristinato il regno d’Israele, cacciato i romani e instaurato un regno di giustizia e sancito il trionfo del popolo eletto.
Nell’imminenza della Pasqua ebraica tanti erano stati ed erano ancora i sedicenti messia, zeloti, rivoluzionari, uomini di sangue. Questi falsi messia porteranno il popolo ebreo alle rovinose rivolte del 70 e del 130 d. C., conclusesi, la prima con la distruzione del Tempio, da parte dell’imperatore Tito, e la seconda con la dispersione del popolo e la cacciata dalla terra promessa, da parte di Adriano.
Non a caso il condottiero della seconda guerra giudaica si faceva chiamare Bar Kokhba, figlio della stella. Contemporaneamente a Gesù un sedicente messia chiamato Bar Abba, figlio del Padre, aveva insanguinato la Giudea. Catturato dai romani e condannato a morte, verrà preferito a Gesù dal popolo aizzato dai farisei e liberato.
L’ingresso di Gesù a Gerusalemme, acclamato dalla folla festante, convince ancor dippiù il Sinedrio sull’opportunità della Sua condanna a morte. Il Vangelo ci riporta la frase del sommo sacerdote Caifa (Gv 11, 49-50): È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo. Involontariamente profetica, ma lui era comunque il sommo sacerdote di Dio, lo Spirito parlò per lui, ma non come lui pensava.
La folla che lo acclamava, sarà la stessa folla che griderà: sia crocifisso. La stessa gente che lo ha visto ridare la vista ai ciechi, guarire i malati, risanare i lebbrosi, far camminare gli storpi, cacciare i demoni, moltiplicare i pani e persino risuscitare i morti. La stessa folla che lo osannava poi lo vorrà morto. Certo era aizzata dai capi del popolo, dai farisei e dagli scribi, ma tutto ciò mostra quanto sia volubile l’umanità. Persino gli apostoli, che erano con Lui fin dal principio, che avevano visto tutte le sue opere, che lo avevano visto trasfigurarsi e mostrarsi in tutto il Suo splendore, sul monte Tavor, fuggirono, lo abbandonarono al Suo destino. Nessuno testimoniò in Suo favore, non una voce si alzò per difenderlo. Tanta era la paura del potere.
Le donne, le sole che non lo abbandonarono fin sotto la croce, non avevano voce, non potevano parlare, nessuno le avrebbe ascoltate.
Il suo discepolo, uno dei dodici, Giuda, lo vendette al Sinedrio per trenta denari d’argento, perché lo fece? Delusione? Era, infatti, uno zelota, tentativo malriuscito di spingerlo a dare inizio alla missione di liberazione del popolo dalla servitù di Roma? Non ci è dato saperlo, rimane il dato del tradimento. Solo uno dei Suoi poteva far sì che fosse catturato e Gesù lo sapeva fin dal principio.
Gesù si offrì in sacrificio per questa umanità! Perché è molto opportuno che un uomo solo muoia per il popolo. San Paolo dirà: Eravamo ancora peccatori e Cristo è morto per tutti. (Rm 5, 8). Ora c’è chi sarebbe disposto a sacrificarsi per un giusto, ma noi eravamo ancora peccatori. Cristo ha lavato il peccato di Adamo con il Suo sangue di giusto innocente, dopo di Lui, con l’aiuto dello Spirito Santo, centinaia di migliaia di martiri, ancora oggi, hanno testimoniato che Gesù Cristo è il Signore, il Signore della vita, il Signore della Storia. E noi?
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