Femminismo e inclusione: perché escludere gli uomini è un passo indietro nella lotta contro la violenza di genere

Il caso dell’associazione Artemisia riaccende il dibattito sul ruolo degli uomini nel femminismo: il movimento “Padri in Movimento” invita a riflettere sul rischio di una chiusura culturale che mina il dialogo e la credibilità delle battaglie per l’uguaglianza.

Mi chiedo, come donna e come giornalista, se non stiamo davvero perdendo il senso del femminismo che volevamo difendere. È la domanda che mi sorge leggendo la presa di posizione di Padri in Movimento, l’associazione che ha espresso “forte preoccupazione e critica” per l’espulsione di Artemisia dalla rete Di.Re, una decisione motivata dalla presenza di uomini tra i soci.

Non riesco a non domandarmi se questo gesto, apparentemente di tutela, non rischi di trasformarsi in una forma di esclusione che tradisce il cuore stesso della parità. Perché il femminismo, quello autentico, non dovrebbe aver paura della presenza maschile, ma riconoscerla come parte del percorso verso una libertà condivisa.

L’associazione sottolinea come l’esclusione di uomini impegnati nella lotta contro la violenza di genere rappresenti “un grave rischio per la credibilità e l’efficacia del movimento femminista contemporaneo”. È una frase che pesa, soprattutto in un momento storico in cui la collaborazione tra i generi appare indispensabile per scardinare modelli culturali ancora radicati.

Padri in Movimento, attraverso il suo presidente Jakub Golebiewski, non parla di appropriazione, ma di corresponsabilità. Invita a costruire tavoli di dialogo “misti, inclusivi e permanenti”, dove possano sedere insieme centri antiviolenza, padri separati, operatori sociali, associazioni e istituzioni. Un invito al confronto, non allo scontro. E in questo, ammetto, c’è qualcosa di profondamente femminile: la capacità di ascoltare, anche quando è difficile.

Il comunicato, giunto in redazione, sottolinea che “la vera emancipazione nasce dal dialogo, dalla condivisione e dalla responsabilità sociale e familiare”. Parole che mi risuonano, perché il rischio è proprio quello di trasformare una battaglia per la libertà in una guerra di confini. Se la violenza di genere è un problema che attraversa la società intera, come può essere efficace una risposta che divide invece di unire?

Forse dovremmo tornare a chiederci cosa intendiamo davvero per femminismo. È ancora un movimento di liberazione, o è diventato, in alcuni spazi, un recinto di appartenenza? La forza del femminismo – come ricorda Padri in Movimento – “non sta nel chiudere porte, ma nel coraggio di aprirle”. E forse è proprio questo il punto da cui ripartire: il coraggio di includere senza temere di perdere la propria identità.

Il dibattito è aperto, e non dovrebbe far paura. Perché il cambiamento vero, quello che trasforma, non nasce mai dalla solitudine di un’unica voce, ma dal coraggio di parlarne insieme.

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Elvira Zammarano

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