Micro-telefonini e intrighi criminali scoperti nel carcere di Brindisi

Il carcere di Brindisi sotto la lente

 Un’indagine svela un sistema di comunicazione clandestina tra i detenuti e l’esterno

La recente scoperta, nel marzo del 2023, di un micro-telefonino dietro una piastrella nella cella numero dieci del carcere di Brindisi hanno fatto scattare approfondite indagini, che hanno svelato un sistema di comunicazione clandestina.

Tali accertamenti hanno coinvolto non solo i detenuti, ma anche numerosi individui all’esterno del penitenziario. Concluse le investigazioni, la Procura di Brindisi ha individuato ben 41 persone, tra brindisini, baresi, tarantini e foggiani, accusati di aver violato il divieto di introdurre e utilizzare telefoni cellulari all’interno del carcere.

Il caso ha avuto inizio quando gli agenti della polizia penitenziaria, durante un controllo di routine, hanno rinvenuto un dispositivo nascosto nel bagno della cella. L’apparecchio, dotato di diverse SIM, era utilizzato dai detenuti per comunicare con l’esterno, fornendo un importante collegamento con familiari, ma anche per attività illecite.

La principale accusa, coordinata dalla pm Livia Orlando, riguarda la violazione delle norme sulla detenzione e utilizzo di dispositivi di comunicazione in carcere, un reato che prevede pene detentive da uno a quattro anni. Tra le persone coinvolte figura Davide Di Lena, 36 anni, già noto alle autorità per il suo coinvolgimento nell’omicidio di Giampiero Carvone nel 2019. Di Lena, attualmente detenuto a Lecce, occupava la cella dove è stato trovato il telefonino.

L’omicidio di Carvone, un giovane di 19 anni ucciso a colpi di pistola a Brindisi, è stato collegato a dinamiche interne al crimine organizzato. Carvone avrebbe minacciato gli interessi di gruppi criminali locali, agendo senza rispettare il codice di silenzio imposto dal clan di Andrea Romano. Quest’ultimo, collaboratore di giustizia e condannato all’ergastolo per un altro omicidio, durante i suoi interrogatori con la Direzione distrettuale antimafia di Lecce, ha confermato l’esistenza dei dispositivi mobili utilizzati all’interno del carcere.

Nella stessa cella, oltre a Di Lena, erano presenti Antonio Coffa e Gervasio Del Monte, anch’essi trasferiti a Lecce.

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Elvira Zammarano

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