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27 gennaio, Giornata della Memoria, da una riflessione del Prof. Nicola Incampo, esperto nazionale di IRC

Professore, perché la Giornata della Memoria?
E’ una ricorrenza internazionale, indetta per commemorare le vittime del nazismo, dell’Olocausto e per onorare coloro che, a rischio della propria vita, hanno protetto i perseguitati. L’articolo 1 della legge numero 211, del 20 luglio 2000, definisce così le finalità del Giorno della Memoria: «La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati»”.

 E perché proprio il 27 gennaio?
La scelta della data ricorda il 27 gennaio 1945, quando le truppe sovietiche dell’Armata Rossa, nel corso dell’offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświęcim (nota con il suo nome tedesco di Auschwitz), scoprendo il suo tristemente noto campo di concentramento e liberando i pochi superstiti. La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono per la prima volta al mondo l’orrore del genocidio nazista”.

Una giornata riconosciuta anche dall’ONU…
Certamente. Il 27 gennaio, il ricordo della Shoah, cioè lo sterminio del popolo ebreo, è celebrato anche da molte altre nazioni, tra cui la Germania e la Gran Bretagna, così come dall’ONU, in seguito alla risoluzione 60/7 del 1º novembre 2005”.

Auschwitz e la “soluzione finale del (cosiddetto) problema ebraico”, ci spieghi meglio
“Auschwitz, come ho detto prima, è il nome tedesco di Oswiecin, una cittadina situata a sud della Polonia. Questo luogo, dalla metà del 1940, ospitò il più grande campo di sterminio di quella sofisticata «macchina» tedesca denominata «soluzione finale del problema ebraico». Auschwitz era una vera e propria metropoli della morte, estesa per chilometri e composta da campi, come Birkenau e Monowitz. C’erano camere a gas e forni crematori, ma anche baracche, dove i prigionieri lavoravano e soffrivano prima di venire avviati alla morte. Una volta arrivati, con i treni merci, stipati all’inverosimile, gli ebrei venivano fatti scendere sulla cosiddetta «Judenrampe» (la rampa dei giudei). Qui subivano una immediata selezione, che li portava quasi tutti direttamente alle «docce» (così i nazisti chiamavano le camere a gas). Solo a Auschwitz sono stati uccisi quasi un milione e mezzo di ebrei”.

Ci sono stati Italiani che hanno rischiato la vita per salvarle ebrei?
“In Italia, sono ufficialmente più di 400 le persone insignite dell’alta onorificenza dei Giusti tra le Nazioni per il loro impegno a favore degli ebrei perseguitati durante l’Olocausto”.

Professore, con il termine Shoah cosa si intende?
Shoah è una parola ebraica che significa «catastrofe», e ha sostituito il termine «olocausto» usato in precedenza per definire lo sterminio nazista, perché con il suo richiamo al sacrificio biblico, esso dava implicitamente un senso a questo evento e alla morte, insensata e incomprensibile di sei milioni di persone. La Shoah è il frutto di un progetto di eliminazione di massa che non ha precedenti, né paralleli: nel gennaio del 1942 la conferenza di Wansee approva il piano di «soluzione finale» del cosiddetto problema ebraico, che prevede l’estinzione di questo popolo dalla faccia della terra. Lo sterminio degli ebrei non ha una motivazione territoriale, non è determinato da ragioni espansionistiche o da una, per quanto deviata, strategia politica. È deciso sulla base del fatto che il popolo ebraico non merita di vivere. È una forma di razzismo radicale che vuole rendere il mondo «Judenfrei» («ripulito» dagli ebrei)”.

E con la frase ‘difesa della razza’?
L’odio antisemita è un motivo conduttore del nazismo. La Germania vara nel 1935 a Norimberga una legislazione antiebraica che sancisce la loro emarginazione. Tre anni dopo l’Italia approva anch’essa un complesso e aberrante sistema di «difesa della razza», rinchiudendo gli ebrei entro un rigido sistema di esclusione e separazione dal resto del paese. Tuttavia, questa storia ha dei millenari precedenti. Prima dell’Emancipazione, ottenuta in Europa nella seconda metà dell’Ottocento, gli ebrei erano vissuti per millenni come una minoranza appena tollerata, non di rado perseguitata e cacciata, e sempre relegata entro i ghetti. Tanto nel mondo cristiano, quanto sotto l’Islam. Visti con diffidenza e odio per la loro fede tenace (e, dal punto di vista della maggioranza, sbagliata) hanno sempre rappresentato il «diverso», la presenza estranea. Anche se da millenni vivono in Europa e si sentono pienamente europei”.

Perché la Shoah è un evento unico?
Dopo la Shoah è stato coniato il termine «genocidio». Purtroppo il mondo ne ha conosciuti tanti, e tuttora ce ne sono troppi. Riconoscere delle differenze non significa stabilire delle gerarchie nel dolore: come dice un adagio ebraico «Chi uccide una vita, uccide il mondo intero». Ma mai, nella storia, s’è visto progettare a tavolino, con totale freddezza e determinazione, lo sterminio di un popolo. Studiando le possibili forme di eliminazione, le formule dei gas più letali ed «efficaci», allestendo i ghetti nelle città occupate, costruendo i campi, studiando una complessa logistica nei trasporti, e tanto altro. La soluzione finale non è stata solo un atto d’inaudita violenza, è stato, soprattutto, un progetto collettivo, un sistema di morte”.

Perché ricordare e commemorare?
“Il Giorno della Memoria non vuole misconoscere gli altri genocidi di cui l’umanità è stata capace, né sostenere un’assai poco ambita «superiorità» del dolore ebraico. Non è, infatti, un omaggio alle vittime, ma una presa di coscienza collettiva del fatto che l’uomo è stato capace di questo. Non è la pietà per i morti ad animarlo, ma la consapevolezza di quel che è accaduto. Che non deve più accadere, ma che, in un passato ancora molto vicino a noi, nella civile e illuminata Europa, milioni di persone hanno permesso che accadesse.

E sulla controversa storia di Pio XII…?
Le dico solo questo, che in una intervista rilasciata a “Radio Vaticana” il 20 giugno 2008, il fondatore e presidente del PTWF (associazione statunitense religiosamente neutrale che fonda le sue ricerche storiche sul metodo rigorosamente scientifico), Gary Krupp, ha detto che “Pio XII ha salvato nel mondo più ebrei di chiunque altro nella storia”.

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Elvira Zammarano

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