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Otto donne uccise nell’ultima settimana tra l’indifferenza e il silenzio dello Stato

Otto donne assassinate nell’ultima settimana in Italia: madri, compagne, ex mogli. Tutte accomunate dallo stesso drammatico life motive: sole! Sole contro una violenza denunciata, ma ignorata, sole contro una violenza sottovalutata, sole contro una violenza troppo spesso coperta dal contesto sociale. In tutto ciò, il dato più grave è l’inerzia delle Istituzioni.

In Italia, al di là dei proclami, di fatto non esiste una solida rete sociale che prenda in carico persone vittime di violenza. Prova ne è la sequenza di omicidi che hanno come vittime donne in situazione di debolezza, anche economica.

In tempi in cui si discute solo di green pass e di morte da covid (che rappresenta solo lo 0,0098% delle cause di morte) si abbandonano i cittadini al proprio destino, come se non vi fosse più alcun interesse dello Stato a farsi carico dei bisogni e dei diritti dei cittadini. Risorse economiche e non solo concentrate esclusivamente nella guerra a coloro che non sono ancora vaccinati (in molti, semplicemente, attendono il nuovo vaccino); si discute esclusivamente di covid, mentre i cittadini muoiono per altre patologie o a causa di un contesto sociale e culturale degradato.

Dall’inizio dell’anno sono 84 le nostre concittadine uccise, quasi tutte in ambito familiare. Potremmo citare fonti, numeri e statistiche sull’argomento, ma  non volgiamo elencare numeri: quei numeri sono persone, cittadine, figlie,  sorelle, madri!

Ciò che desta sdegno è l’evidenza di un fenomeno in crescita a cui non corrisponde un maggiore e più coordinato impiego di risorse, uomini e competenze. Quante vittime ancora dovremo contare sino alla fine del 2021?

Dal 2017 ogni anno il ministero della Giustizia dovrebbe fornire all’Europa dati puntuali sulle vittime di violenza domestica e femminicidi. Ma di queste informazioni non c’è traccia. La procedura di monitoraggio sul sistema antiviolenza italiano avviata dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa nasce dalla cosiddetta sentenza Talpis del 2017.

Elisaveta Talpis, una donna moldava residente a Udine, sopravvissuta al tentato omicidio   da parte del suo ex compagno (che riuscì però a uccidere il figlio Andrei) ricorse alla Corte di Strasburgo, che condannò l’Italia per violazione del diritto alla vita e del divieto di trattamenti inumani e degradanti e riconobbe che il ritardo nell’apertura delle indagini e la sottovalutazione del rischio erano stati fatali.

A partire dal 2017, quindi, il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa chiede, in particolare, dati su “criteri utilizzati dalle autorità competenti per rispondere alle richieste di misure preventive e protettive, il tempo medio di risposta e di attuazione di tali misure e il numero di misure adottate; la durata media delle indagini e dei procedimenti penali in relazione a episodi di violenza domestica e molestie; il numero di tali casi interrotto e il numero di condanne e assoluzione in relazione ai reclami presentati”.

Ma nel nostro Paese non esistono ancora una procedura né un sistema univoco di raccolta e comunicazione dei dati sui crimini che hanno per vittime le nostre concittadine.

Con buona pace dei diritti civili e costituzionali!

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