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Il bullismo omofobico

Il bullismo omofobico: conversazione con il regista Giuseppe Sciarra

da Avv. Cosimo Martino

Salve, Giuseppe, lei è un giovane regista, nato in un piccolo comune pugliese, ma ha trovato nella Capitale il luogo in cui esprimere se stesso. Quando è nato il suo amore per la regia? E in che modo il legame con la sua terra l’ha condizionata o ispirata?
“Ho sempre amato il cinema sin da bambino, ma non avrei mai pensato che sarei diventato un regista. Da adolescente non avevo progetti per il futuro; vivevo nel mio mondo ovattato dove mi proteggevo dalla realtà che non mi piaceva e mi faceva stare male. Vivevo di fantasie e di immaginazione e fantasticavo di essere qualcun altro, con un’altra vita.. Compresi che avrei voluto diventare un regista di cinema, anni dopo. Grazie ad un doloroso percorso psicoanalitico, sono nato una seconda volta e ho capito realmente chi ero e cosa volevo. Ho iniziato ad interessarmi seriamente alla cultura e a “drogarmi” di libri, pièce teatrali, cinema d’autore, fotografia, pittura. Volevo essere più colto per essere più consapevole. L’ignoranza da ragazzo mi ha fregato perché mi ha reso più vulnerabile. L’incontro con Ingmar Bergman, mi ha fatto capire chi volevo essere realmente, un artista. Avevo necessità di comunicare il mio mondo interiore per troppo tempo messo a tacere dalla depressione e dalla cattiveria gratuita subita nell’età che dovrebbe essere per tutti la più spensierata e felice, la fanciullezza, la mia terra me l’ha “rubata”. Sono fiero di essere meridionale ma mi sento romano d’adozione. È Roma la mia città. Faccio parte delle sue viscere. Sicuramente tutto quello che mi è successo da bambino e da ragazzino ha creato in me un corto circuito. Mi sono mosso sul filo della follia e della psicosi tra violenza e inganni che facevo a me stesso e, devo ammetterlo, anche agli altri per sopravvivere. Tutto questo mi ha indubbiamente condizionato e mi ha aperto dei canali che mi hanno agevolato con la creatività ma anche sul piano umano, ma non mi sono indurito”.

Il bullismo omofobico
Giuseppe Sciarra in una foto di Andrea Natale

In questi giorni si legge, nel web, del suo documentario sul bullismo omofobico “Ikos”, può parlarcene? Perché il titolo “Ikos”?
“Il titolo Ikos mi è stato suggerito dalla moglie del produttore e regista Andrea Natale, Alba Kia, termine dalle molteplici accezioni che per me si riconnette all’idea della rinascita. Non ero nato sotto una buona stella. Mi sentivo maledetto. Non c’era giorno della mia vita che non desiderassi morire, farla finita, vivevo di ansie e paure costanti. Soffrivo di depressione, una voragine che mi impediva di avere qualsiasi slancio vitale. È stato un martirio. A undici, dodici, tredici anni pensavo questo: voglio morire, non ce la faccio più a soffrire così. Nessun bambino dovrebbe mai pensare una cosa del genere. Parlando di Ikos è il mio lavoro più bello fino adesso, almeno per me. E’ il risultato di un percorso interiore, oltre che professionale. Ikos è anche una denuncia, oltre che un atto di consapevolezza: mi sono reso conto di essere stato complice dei miei carnefici restando in silenzio per venti tre anni. La ragione sta nel fatto che mi vergognavo di essere stato bullizzato. Allora ho deciso di fare questo corto per denunciare quanto mi è accaduto. Sono in pace con me stesso ed estremamente tranquillo in questo periodo della mia vita. Allora mi sono detto ” è giunto il momento di affrontare questa questione. Ho la lucidità giusta per farlo. Troppi ragazzi soffrono come ho sofferto io. Devo fare qualcosa”!”


Cosa l’ha spinta a reagire, in modo propositivo, a quella infanzia inespressa, vissuta “da recluso”?
“L’amore. Ho vissute due vite. Una in cui la mia dignità e serenità di bambino mi sono state negate e un’altra vita in cui ho vissuto l’altro rovescio della medaglia, quello bello di connessione con se stessi e con il mondo. Le persone che ho incontrato a Roma che mi hanno amato e benvoluto. Grazie al loro affetto e allo loro stima mi sono riappropriato del bambino felice che ero prima di essere bullizzato. Ovviamente la questione è molto più complessa, dovrei risponderti con centomila battute. La mia vita a Roma me la sono conquistata. A un certo punto mi sono detto: o lotto per cambiare o mi ammazzo sul serio. Ho scelto la vita e ho fatto bene. Neanche questa risposta però mi soddisfa pienamente e non rende effettivamente giustizia alla complessità del mio cammino interiore. Mettiamola cosí, come ho fatto a cambiare e passare dall’essere una persona “tormentata” a essere finalmente “vivo” in parte resta un mistero”.

Quanto di quel bambino è riuscito a liberare con questo lavoro?
“Sono riuscito a far parlare solo il bambino di allora. Del Giuseppe di oggi c’è qualche traccia nel testo ma era mia intenzione ri-diventare soprattutto il Giuseppe bullizzato e farlo parlare, altrimenti Ikos non avrebbe raggiunto lo scopo che si è prefisso di raggiungere, rendere consapevole chi lo vede, non censurando il dolore. In un mondo di media che spettacolarizzano il dolore privandolo così della sua autenticità io non l’ho voluto camuffare e servirlo a uso e consumo dello spettacolo appunto. A coloro che vedranno Ikos, in un certo senso, il mio dolore deve fare male, deve scuoterli dall’indifferenza e spingerli ad un necessario e profondo cambiamento culturale”.


La sua storia, seppur con risvolti differenti, ci riporta alla mente un’altra storia, quella del giovanissimo Andrea, che, a seguito di bullismo omofobico, il 12 novembre del 2012 si tolse la vita. La sua mamma, Teresa Manes conduce quotidianamente una strenua e incessante battaglia contro il bullismo. Una sua riflessione su tale tragica vicenda che, peraltro, non vide punito alcun responsabile?
“Una delle ragioni per cui ho deciso di fare Ikos è proprio Andrea Spezzacatena. La sua vicenda all’epoca mi fece molto male perché ci sono tante analogie con la mia, il bullismo omofobico causato dall’esprimere la sua parte femminile con naturalezza è lo stesso che ho provato io sulla mia pelle. Ed è la ragione per cui i suoi compagni di classe lo tormentavano. Trovo molto grave che il caso di Andrea sia stato archiviato. C’era un gruppo su facebook che lo prendeva palesemente di mira. Mi sembra una prassi diffusa quella di archiviare casi di adolescenti che si tolgono la vita perché vengono bullizzati. Non c’è stata giustizia per queste morti. Penso che le norme in materia di bullismo siano ancora inadeguate”.

Giuseppe Sciarra regista

Fare del proprio dolore non semplice spettacolo, ma un’occasione di riflessione collettiva, le fa indubbiamente onore. Insieme allo scrittore Massimo d’Aquino, anche lui vittima di bullismo omofobico, proporrete un progetto per le scuole. Pensate di ottenere un riscontro positivo? Cosa vorrebbe dire ad un ragazzo che si ritrovasse a vivere, oggi, una situazione di bullismo omofobico?
“Io e Massimo abbiamo avuto un percorso molto simile, anche se quello di Massimo è stato molto più difficile del mio e irto di ostacoli. Ci siamo conosciuti anni fa ed è nata un’amicizia in cui ci siamo riconosciuti come due sopravvissuti. In quanto tali, in quanto persone che sono state ai margini e non sono morte per miracolo, ci affidiamo al nostro sentire che in passato ci ha salvato. Il nostro sentire ci ha uniti in questo progetto con entusiasmo e fiducia perché conosciamo ciò di cui parliamo, cosa per averlo vissuto sulla nostra pelle e sulla nostra anima. A un ragazzo che si trova a vivere un’esperienza di bullismo omofobico consiglio di parlare, esternare il proprio disagio e non vergognarsene. Si tratta di situazioni complesse; on tutti i casi di bullismo necessitano di una stessa soluzione per altri ci sono delle varianti in base alla famiglia e al contesto sociale in cui vivono”.

Nel tempo della conversazione con Giuseppe Sciarra, apprendevo di nuovi gravissimi episodi di bullismo e aggressioni di matrice omofobica in danno di adolescenti, interrogandomi sulle ragioni di tali crimini.
Molteplici le considerazioni che sarebbe stato opportuno formulare: dall’inadeguatezza del sistema penale (per es. la condotta “bullistica” non configura una autonoma fattispecie penale) alla scarsa normativa, anche civilistica, in materia di bullismo (l’unico provvedimento legislativo a cui fare riferimento è la L. 71/2017) o, ancora, l’assenza di efficaci strumenti di prevenzione all’interno delle scuole (docenti e dirigenti si ritrovano, di fatto, a fronteggiare un fenomeno crescente e sempre più complesso). Ma un interrogativo più degli altri mi risuonava nella mente, perché! Perché l’indifferenza della massa, perché non viviamo il dolore di queste ragazze e ragazzi come dolore dei nostri figli, sorelle, nipoti, fratelli. Perché la nostra anima non duole con loro e per loro. Interrogativo che forse rimarrà senza risposta, ma preferisco pensare che qualcosa nella coscienza collettiva stia risorgendo.

Filmografia Sciarra

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