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La violenza sulle donne e quei dati (italiani) non ancora consegnati all’UE , per Titti Carrano, “Il ministero cosa aspetta?”

da Elvira Zammarano

Il caso Elisaveta non ci ha insegnato niente

Se da un lato Draghi ha alzato la voce, definendo l’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul (il più importante trattato internazionale sui diritti umani e contro la violenza sulle donne), ‘un grave passo indietro’, dall’altro dimentica che lo scorso 31 marzo, l’Italia, firmataria nel 2013 della stessa Convenzione, avrebbe dovuto consegnare al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, i dati relativi al monitoraggio delle riforme da attuate.

I dati su come l’Italia sta gestendo le riforme sul delicato problema della violenza domestica e dei femminicidi, è affidata al ministero di Grazia e Giustizia. A quanto pare, però, da tre anni a questa parte, c’è una inspiegabile mancanza di tali report che, invece, comproverebbero il lavoro svolto dal nostro Paese sulla spinosa questione.

Dal canto suo l’Europa continua a chiederceli e in particolare sottolinea l’esigenza di voler conoscere “i criteri utilizzati dalle Autorità competenti (Ministero di Grazia e Giustizia) per rispondere alle richieste di misure preventive e protettive, il tempo medio di risposta e di attuazione di tali misure e il numero di misure adottate; la durata media delle indagini e dei procedimenti penali in relazione a episodi di violenza domestica e molestie; il numero di tali casi interrotto e il numero di condanne e assoluzione in relazione ai reclami presentati”.

E’ bene sapere che i dati non ancora resi pubblici dall’Italia, sono, al contrario, di fondamentale importanza per conoscere se e quante volte le vittime di femminicidio hanno denunciato i loro aguzzini prima di essere uccise, se sono state adeguatamente protette, se i fatti denunciati dalle vittime sono stati correttamente considerati e valutati, oppure se ci sono state donne a cui è stato consigliato di ‘ lasciar perdere’ o di non denunciare o a addirittura di ritornare in famiglia.

La storia del monitoraggio dei dati, in Italia, nasce da una sentenza del 2017. La ben nota sentenza Talpis. Elisaveta Talpis, 49enne di origini moldave, viveva con il figlio 19enne, Ion, ad Udine. Il marito Andrei, muratore, anche lui moldavo, era sempre stato aggressivo e violento nei suoi riguardi, spesso ubriaco, non perdeva occasione per maltrattarla. L’ultima denuncia di Elisaveta risale al 2014. Più che una denuncia era una vera e propria invocazione di aiuto della donna alle autorità italiane.

Nonostante le continue denunce, la donna fu affrontata per l’ennesima volta dal marito con un coltello. Il povero Ion, nel tentativo di proteggere la madre, fu colpito a morte dal padre.  Agli inquirenti l’uomo disse che, non voleva uccidere il figlio, ma ‘solo’ spaventare e fare del male alla moglie e concluse, “É stata colpa sua”. L’uomo oggi è in prigione condannato all’ergastolo.

Elisaveta, nel maggio 2014, denunciò le autorità italiane alla Corte europea dei diritti umani e alla Corte di Strasburgo, per non averle accordato una protezione adeguata, per non aver agito con sufficiente rapidità per proteggere lei e suo figlio, ottenendo una esemplare condanna per l’Italia.

Per l’avvocatessa Titti Carrano, Presidente di Associazione DiRe (Donne in Rete contro la violenza), mancano i report, ma manca anche,“un sistema di raccolta dati disaggregati e coordinati e che siano, quindi, statisticamente rilevanti”. “Va organizzato in modo completamente diverso il sistema informatico con cui i tribunali raccolgono i dati e questo database deve essere accessibile a tutti e trasparente – ribadisce. È il ministero della Giustizia che deve farlo e potrebbe farlo semplicemente… che cosa aspetta?”.

“Sono indispensabili – sostiene l’avvocatessa – per predisporre misure veramente efficaci. Non abbiamo alcun dato sul processo civile. Quindi non possiamo sapere, sul numero totale di separazioni e divorzi, quanti siano dovuti a violenza domestica. Sul penale non conosciamo le motivazioni che portano alle archiviazioni e perché sono così tante. Non sappiamo quanto l’Italia voglia investire nella formazione di magistrati e forze dell’ordine, altro punto importante sottolineato dalla Convenzione: è vero che il Codice rosso prevede l’obbligatorietà della formazione per polizia e carabinieri, ma a invarianza finanziaria, cioè senza l’aggiunta di risorse economiche”.

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