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La bellissima Piera Morosini uccisa come Maria Goretti per amore di Cristo

da Leone Triggiani

Piera Morosini nasce il 7 gennaio 1931 a Fiobbio di Albino, nella bergamasca; viene battezzata il giorno seguente, coi nomi di Pierina Eugenia. È la primogenita di una famiglia di nove figli. Suo padre, Rocco Morosini, rimane invalido e guadagna qualcosa facendo il guardiano notturno in uno stabilimento. Sua madre, Sara Noris, invece bada, oltre che ai figli propri, anche a quelli degli altri, solo in cambio del pane con cui riempire la bocca della sua nidiata.

Con simili premesse Piera cresce, imparando da subito ad archiviare i sogni senza troppi rimpianti: deve rinunciare a studiare e a diplomarsi maestra, anche se ne avrebbe i numeri; deve rinunciare a entrare tra le Suore delle Poverelle di Bergamo, anche se tutti trovano che la sua vocazione sia solida e ben fondata; deve rinunciare anche al sogno missionario, il cui solo pensiero le fa battere il cuore come se fosse il primo amore.

A quindici anni, infatti, è già operaia presso il cotonificio Honegger di Albino: questo stipendio è l’unica entrata fissa su cui può contare la sua famiglia. Per il primo turno deve svegliarsi alle quattro del mattino, ma invariabilmente trova ancora il tempo di prendere un “pezzo” di Messa e soprattutto di fare la Comunione, che l’accompagnerà per tutto il giorno. Pierina prega lungo la strada, prega quando è al telaio, prega quando riesce a scappare per qualche minuto in chiesa.

Animatrice missionaria, zelatrice del Seminario, terziaria francescana, è però soprattutto dirigente parrocchiale di Azione Cattolica e attivissima in parrocchia, il suo specifico campo di apostolato. Trova, così, in famiglia, il convento cui ha dovuto rinunciare; nella fabbrica, la scuola in cui aveva sperato di insegnare; nella sua parrocchia, la missione in cui aveva sognato di andare.

Si dà un regolamento di vita e soprattutto traccia per sé stessa alcuni propositi che, nella loro semplicità, danno la misura di quest’anima innamorata di Dio. Tra le altre cose, Piera si propone di «tener la pace in famiglia», di «mostrarsi sempre allegra» e di «cercare di non sapere le cose altrui». Tra i suoi appunti spicca una frase in cui è condensata tutta la sua vita: «il mio amore, un Dio Crocifisso; la mia forza, la Santa Comunione; l’ora preferita, quella della Messa; la mia divisa, essere un nulla; la mia meta, il cielo».

Nel 1947 è a Roma, per la beatificazione di Maria Goretti e ne resta affascinata. Alla nuova Beata e futura Santa “ruba” il segreto che l’ha portata sugli altari, lasciandolo maturare lentamente in lei, e dieci anni dopo confida ad uno dei suoi fratelli: «Piuttosto che commettere un peccato mi lascio ammazzare».

Che questo non sia solo un pio desiderio lo dimostra appena un mese dopo aver pronunciato questa frase. Pierina, nella freschezza dei suoi 26 anni, anche se volutamente vestita in modo dimesso, non può nascondere la sua avvenenza, che accende insani desideri in una mente malata.

Il 4 aprile 1957, pochi minuti prima delle 15, Piera è di ritorno dal suo turno di lavoro in fabbrica. Lungo i sentieri solitari del monte Misna, viene assalita dal violentatore nel castagneto che abitualmente, due volte al giorno, attraversa da undici anni per recarsi al lavoro. È inutile il suo tentativo di fuga, perché l’uomo le fracassa il cranio a colpi di pietra. Trasportata in ospedale a Bergamo, vi muore due giorni dopo, senza aver ripreso conoscenza.

È fin troppo facile, per la gente, vedere in lei una nuova Maria Goretti; ed è infatti proprio la sua gente ad impedire che Piera resti a lungo sottoterra e che il suo omicidio venga semplicemente archiviato come un pur tragico fatto di cronaca nera.

Così, mentre la giustizia umana compie il suo corso nei confronti del giovane di Albino individuato come l’omicida, la Chiesa comincia invece ad interessarsi di lei. Il vescovo di Bergamo, monsignor Clemente Gaddi, l’8 dicembre 1975 avvia l’iter per la causa di beatificazione. Ottenuto il nulla osta dalla Santa Sede il 17 novembre 1979, il processo cognizionale si è svolto dal 7 aprile 1980 al 28 maggio 1983, presso la diocesi di Bergamo. Il decreto che convalidava gli atti del processo porta la data del 17 febbraio 1984.

La “Positio super martyrio”, trasmessa nel 1986, è stata esaminata dai Consultori teologi della Congregazione delle Cause dei Santi il 13 gennaio 1987 e, il 17 marzo 1987, dai cardinali e dai vescovi membri della stessa Congregazione. Entrambi gli organismi si sono pronunciati a favore del martirio in difesa della castità, frutto della fede della Serva di Dio.

Il 3 luglio 1987 il Papa san Giovanni Paolo II ha quindi autorizzato la promulgazione del decreto con cui l’uccisione di Piera Morosini era da considerare un autentico martirio.

Lo stesso Pontefice ha celebrato la sua beatificazione il 4 ottobre 1987, durante l’assemblea del Sinodo dei Vescovi dedicata al tema «Vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo», proponendola come autentica icona di un laicato maturo e coerente, anche a costo della vita.

Nella diocesi di Bergamo la memoria liturgica della Beata Piera Morosini si celebra il 6 maggio, un mese dopo la sua nascita al Cielo, perché il 6 aprile può corrispondere ai giorni della Settimana Santa o dell’Ottava di Pasqua.

Il 10 aprile 1983 i resti mortali di Piera erano stati traslati dal cimitero di Fiobbio alla chiesa parrocchiale, dedicata a Sant’Antonio di Padova, e posti in un sarcofago di marmo bianco, situato vicino al banco dove solitamente lei s’inginocchiava a pregare. Dopo la beatificazione, sono stati collocati sotto l’altare maggiore della chiesa di Sant’Antonio di Padova a Fiobbio.

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