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La biopsia liquida: nuove frontiere per diagnosi, cura e prognosi del cancro

da Elvira Zammarano

La biopsia liquida, un test del sangue attraverso cui individuare le cellule tumorali (Ctc) e il Dna tumorali (ctDNA. Si tratta di due differenti biomarcatori, gli unici ancora approvati in Usa, a 10 anni dalla loro sperimentazione, e che ora anche la nostra comunità scientifica, sta cercando di omologare e mettere a frutto. L’obiettivo è identificare lo stato, l’origine, lo sviluppo di un tumore, senza l’utilizzo di trattamenti diagnostici invasivi e per la prevenzione delle metastasi e della scelta mirata della cura.

Una meta ambiziosa, ma assai promettente, nell’ambito dell’oncologia di precisione a cui sta lavorando, anche l’oncologo molecolare Nicola Aceto e il Team Leader all’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia (Eth) a Zurigo. “Io e il mio gruppo lavoriamo da anni sui cluster di Ctc e sul loro ruolo nel processo metastatico”, ha detto lo studioso. “Trovarli in un significativo gruppo di pazienti con tumore localizzato (quindi senza metastasi) è una grande novità, che ci aiuterà in futuro a scegliere la cura più adatta per il singolo paziente. Perché rispetto al Dna tumorale circolante, che deriva da regioni del tumore che sono morte, le Ctc derivano da aree tumorali “vive”, molto utili per comprendere l’evoluzione della neoplasia e di conseguenza prevenire l’eventuale formazione di metastasi”.

La biopsia liquida, questo è il termine indicato dai ricercatori, sarà dunque in grado di intercettare il cancro e di orientarne la cura, in quanto scoperto con un certo anticipo, grazie alla combinazione dei due biomarcatori sensibili alle tipologie di cellule tumorali (Ctc e ctDNA) circolanti nel nostro sangue.

“Oggi abbiamo uno strumento cruciale per rendere più preciso il percorso terapeutico per ogni singolo paziente”, afferma il coordinatore della fondazione Airc, nell’ambito del programma 5×1000, Alberto Bardelli. “A partire da un semplice prelievo di sangue e sfruttando la genomica computazionale, riusciamo infatti a individuare le “spie molecolari” della presenza di micrometastasi e a definire la successiva cura”.

Per esempio per coloro che sono stati colpiti da un tumore al colon, rimane spesso in sospeso la terapia adiuvante soprattutto dopo l’intervento chirurgico. In questo caso, il ricorso alla biopsia liquida sembrerebbe fondamentale nella scelta della cura, “Non abbiamo sempre idea di quali siano i pazienti che hanno bisogno di una chemioterapia, perché il loro tumore è destinato a recidivare, rispetto a coloro che invece non ne hanno bisogno, perché il loro tumore è già completamente guarito grazie all’intervento del chirurgo”, ha spiegato il responsabile clinico dello studio Pegasus e dirigente medico all’Istituto Oncologico Veneto di Padova, Sara Lonardi. “La ricerca del Dna del tumore con un semplice esame del sangue ci potrà dire se quel paziente ha un rischio maggiore di ricaduta e quindi necessita di un trattamento più intensivo, rispetto a un altro che non ha Dna tumorale circolante e quindi probabilmente ha bisogno di una cura meno intensiva”, ha concluso.

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