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Social, Challenge e la fragilità dei bambini: per saperne di più

da Anna Caprioli

Antonella è morta a 10 anni, soffocata dalla cintura del suo accappatoio. Non è stato un incidente. Antonella non voleva morire, stava solo giocando.

Ma cosa sono le challenge? E perchè si sente sempre più spesso parlare di adolescenti e bambini vittime di queste gare? In effetti le challenge, nella loro accezione più comune, sono gare di resistenza, perlopiù innocue, altre però sono terribilmente insidiose, e spesso celano le più temibili regie. Dunque, si sente sempre più spesso parlare di bambini e ragazzini come Antonella che si fanno del male, si sfregiano e addirittura sono subdolamente indotti al suicidio al fine di obbedire a dei comandi dettati dalla sfida stessa.

Le challenge sono figlie dei social e di internet, da facebook a tik tok. Non è facile, per chi non appartiene alla generazione di internet, comprendere certi meccanismi. Oggi si pensa illusoriamente di tenere questi bambini al sicuro, fra le quattro mura delle loro camerette ma è proprio qui che incontrano il mondo e si confrontano con esso. Internet azzera il tempo e le distanze. Certo, ci permette di fare cose un tempo assolutamente impensabili. Possiamo fare una visita virtuale del Louvre, conoscere, imparare, addirittura sorvolare la statua della Libertà.

La mia è la generazione che non ha usufruito di tale rivoluzione appieno. Probabilmente proprio questo ci ha tenuti al sicuro. Molti di noi hanno potuto contare su una solida sovrastruttura culturale, fatta di valori, consigli, sani principi, educazione. Tutto ciò ci ha permesso di cogliere gli aspetti positivi e costruttivi di internet e al contempo di riconoscerne i pericoli. La mia generazione è stata abituata alla prudenza, al dialogo continuo con i genitori e con le agenzie di formazione per cui l’approccio con una così potente realtà è stato comunque modulato.

Al contrario i bambini di oggi sono nati con Internet e sono figli di genitori nati essi stessi al tempo di internet. Sono i figli del tempo che scorre veloce, che non riesce più a scandire pause, figuriamoci i dialoghi. È il tempo dell’omologazione, e della conseguente spersonalizzazione, inevitabile risultato del sentirsi tutti parte di un’unica grande realtà. Tuttavia, l’esigenza della ricerca di un’identità resta un bisogno inequivocabile, e il nostro riconoscimento in quanto “persone” avviene attraverso gli altri, avviene attraverso i social, avviene attraverso queste prove.

Come redazione, abbiamo chiesto un parere ad Anna Gasparre – Psicologa-Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale, EMDR, Presidente EMPEA e Consigliere dell’Ordine Psicologi della Puglia – per avere anche un’idea dei meccanismi che queste modalità comportamentali scatenano a livello neuro chimico e psicologico.

“Innanzitutto –, ha detto la dottoressa – la prima cosa da dire è che nei bambini man mano che si avvicina la preadolescenza e l’adolescenza, si verifica un calo temporaneo e fisiologico della percezione del rischio, e questo è l’aspetto più grave e insidioso. Inoltre è stato dimostrato che durante queste prove o gare, a livello neurologico, si verifica una maggiore produzione di dopamina che provoca una sensazione di appagamento, quindi genera dipendenza”.

Allora, come venirne fuori?
“Difficile dare una risposta, ci sono troppi aspetti da conciliare, dalle regole dei social alla consapevolezza dei genitori. È un cammino che si preannuncia lungo e tortuoso fatto di tappe ed inevitabili incidenti di percorso. L’idea è quella di un treno in corsa che ha preso troppa velocità per fermarsi in tempo. Difficile ipotizzare di tornare indietro, al tempo del dialogo, della sana prudenza. Immaginare uno scenario del prossimo futuro – ha concluso la psicoterapeuta – è reso ancora più complicato dall’inevitabile isolamento che i bambini e gli adolescenti si ritrovano a vivere nell’era del covid”.

Antonella è morta, morta per niente, è l’unica realtà. Inutile cercare di immaginare improbabili scenari confortanti. L’unica piccola consolazione sono le tre vite che ha salvato.

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