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Covid Scuola, Un pericoloso vuoto normativo e il limbo dei potenziali positivi

da Avv. Cosimo Martino

In questo mare magnum di provvedimenti susseguitisi negli ultimi mesi, quasi con cadenza quotidiana, si deve contestare e constatare un pericoloso vuoto normativo/regolamentare che, oggettivamente, espone a gravi rischi la salute pubblica.

Si è regolamentato l’accesso alle Università, sospesa l’attività giudiziaria in presenza e disciplinati gli ingressi nei Tribunali,  avviata l’attività didattica a distanza e imposte una serie di misure al fine di consentire, ovviamente non a rischio zero, la ripresa dell’attività scolastica in presenza (24/09/2020 CIRCOLARE del Ministero della Salute), ma, come detto sopra, non si è fornito ai cittadini alcuno strumento per far fronte a situazioni che, purtroppo, sono quotidiane.

E qui, il caso da cui scaturiscono le presenti riflessioni: in una nota azienda di Bari, si è sviluppato un focolaio Covid-19. Al momento sorvoliamo sulla mancata attivazione di qualsiasi procedura sanitaria nella fase iniziale, basta dire che l’ingegnere che per primo ha accusato i sintomi, eventualmente, riconducibili al covid-19, ha dovuto effettuare a proprie spese e di propria iniziativa il tampone che purtroppo ha dato esito positivo. Altra prima grave lacuna di un protocollo sanitario di cui si è parlato a trombe, spiegate nei mass media, ma che, evidentemente, non affronta i punti cruciali nella lotta al virus.

L’ingegnere in questione, avvertendo sintomi influenzali, ha contattato il proprio medico di famiglia che si è limitato a prescrivergli comuni farmaci antipiretici e tre giorni di malattia. L’ingegnere, sfebbrato, ma sicuramente non guarito, è rientrato in azienda, dove ha accusato un nuovo malore ed è ritornato a casa. Poiché i sintomi si aggravavano, di propria iniziativa ha, quindi, effettuato il tampone che, come detto, è risultato subito positivo, ma, nel frattempo, ha potenzialmente, suo malgrado, infettato gli altri colleghi, e questi, a loro volta, potenzialmente, tutte le persone con sui sono venuti a contatto. Tra queste, anche una docente in servizio contestualmente presso due scuole della Provincia.

Orbene, la docente, con grande senso di responsabilità, ha informato immediatamente le Dirigenti scolastiche dei rispettivi Istituti, che non hanno sottovalutato la comunicazione, anzi, concordemente con la lei hanno constatato che non esiste alcun regolamento e/o ordinanza che disciplini tali ipotesi. In sostanza, la docente che è venuta a contatto con un soggetto solo potenzialmente contagiato da covid-19 e in attesa dell’esito del tampone di quest’ultimo, non solo non avrebbe alcun obbligo di “quarantena” e, quindi, potrebbe regolarmente rientrare in servizio, ma, non ha neppure alcun diritto ad assentarsi dal lavoro, nonostante possa essere lei stessa potenzialmente contagiata e quindi contagiante.

In tutto questo, l’insegnante in questione è stata costretta a fruire dei permessi retribuiti e ferie personali, in attesa dell’esito del tampone del proprio congiunto. Vi è di più, nell’ipotesi in cui la docente avesse comunicato giorni di riposo per malattia, avrebbe subito le decurtazioni previste dalla c.d. Legge Brunetta. Legge che, in più occasioni, vari esponenti parlamentari hanno definito impropria, ma che, neppure in tali circostanze viene disapplicata dall’INPS o almeno momentaneamente sospesa

Lo stato dell’arte, quindi, è il seguente: un soggetto potenzialmente contagiato, ma che non ne ha certezza, vive in un limbo normativo, oltre che sanitario, in attesa dell’esito del tampone del soggetto che potrebbe averlo infettato e, in teoria, libero di svolgere tutte le proprie attività, senza alcuna limitazione né tutela.

E, nell’ipotesi in cui il cittadino voglia tutelare la collettività astenendosi dall’attività lavorativa in presenza, non potrebbe usufruire di alcun tipo di astensione dal lavoro. Nel caso in questione, si deve precisare, infatti, che le ferie possono essere “concesse” dal Dirigente scolastico il quale può anche decidere di rifiutarle. Appare assurdo che in tali casi che sono oramai all’ordine del giorno, non vi sia una previsione ad hoc per la concessione di un periodo di astensione dal lavoro e che il lavoratore coscienzioso debba subire, nel caso, anche una decurtazione economica.

Dulcis in fundo, si rammenta che tali eventuali periodi di malattia, così come quelli dei lavoratori “fragili” (lavoratori del comparto pubblico che per gravi patologie non possono essere esposti al rischio Covid-19) vengono computate nel periodo di “comporto” con le conseguenti pesanti decurtazioni e, finanche, licenziamento. Decisamente, al danno, ora anche la beffa.

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