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Coronavirus e Scuola, didattica a distanza e obblighi del docente. Carlo Castellana, vice coordinatore regionale Gilda, ci racconta tutto

Coronavirus e Scuola, didattica a distanza e obblighi del docente. Carlo Castellana, vice coordinatore regionale Gilda, ci racconta tutto

da Elvira Zammarano

La scuola ai tempi del coronavirus, ci obbliga ad una profonda riflessione. Anche se il fronte più colpito rimane sempre quello sanitario, ci sono altri ambiti del Paese fortemente a rischio. In prima battuta i vari settori che compongono la struttura economica italiana e poi, c’è la Scuola. Carlo Castellana, coordinatore provinciale e vice coordinatore regionale della Gilda degli insegnanti, parla di grande confusione e di direttive ministeriali “ad scholam” dei Dirigenti.

Professore perché tanta confusione?
“C’è una grande confusione perché oltre alle indicazioni del Ministero, ci sono quelle del Dirigente scolastico. Sappiamo che con l’autonomia della scuola, ogni Preside può “adattare” queste indicazioni al proprio Istituto. Una circostanza che non può che ingenerare altra confusione. Pensiamo ad esempio a tutti quei docenti che, lavorando su più istituti, spesso si trovano a dover gestire situazioni diverse tra loro, nuove e complesse”.

Quali sono gli obblighi dei Docenti in questo momento?
“Come coordinatore della Gilda, ricordo che nel periodo di sospensione, in realtà, non ci sarebbero obblighi per gli insegnanti. Anche se la vicinanza e l’attenzione per gli studenti è auspicata e il fatto che non ci sia una data “fissa” per il nostro rientro in servizio, ci inducono, di fatto, ad adoperarci per il bene dei nostri ragazzi”.

Cosa significa didattica a distanza?
“Innanzitutto significa questo. Cercare il più possibile di essere vicini ai nostri studenti e poi dare una certa continuità allo svolgimento dei programmi. Ed ecco che il MIUR ha dato, alle scuole italiane, una serie di indicazioni per attivare quello che noi stiamo appunto “scoprendo e sperimentando” in questi giorni, la didattica a distanza.

Funziona?
“Siamo nuovi a questo genere di “approccio”,  ma non sprovveduti e poi, che altre alternative abbiamo? Forse potrebbe funzionare meglio se i Dirigenti non si facessero “prendere” dalla cosiddetta sindrome “dei primi della classe” o dal terrore di creare danni all’erario. Poiché questo ha fatto scattare la corsa a chi produce di più, rispetto a ciò che serve effettivamente. Ricordiamo, inoltre, che i Dirigenti, ma anche i professori, devono tener conto delle famiglie. Delle loro possibilità economiche. Perché non tutti – sottolineo – hanno gli strumenti per affrontare questo tipo di insegnamento. Bisogna tener conto dei limiti tecnologici che ci sono ancora e della difficoltà che molti genitori hanno, in questo momento, a gestire una situazione così insolita per loro”.

Alcuni docenti si lamentano che, per comunicare con i ragazzi, sono obbligati ad utilizzare piattaforme ed altri strumenti informatici al limite della privacy
“La realtà è che i Dirigenti possono predisporre piattaforme e attivare modalità, ma poi ogni docente, nel rispetto della propria libertà di insegnamento, sancita dall’articolo 33 della Costituzione, può decidere i tempi e i modi di applicare per le sue classi la didattica a distanza. Tempi e modi, significa che ogni singolo docente ha, dalla sua, la possibilità discrezionale di decidere come, quanto e cosa usare. Null’altro. Anche perché i docenti, conoscendo bene i loro alunni e le situazioni delle famiglie, devono calibrare l’insegnamento e qui entra in gioco la libertà di poterlo fare”.

C’è poi la questione delle firme sul Registro elettronico
“Un’altra follia di questi giorni. So di diversi Dirigenti che stanno obbligando gli insegnanti a firmare il RE secondo il loro orario di lavoro. Un’indicazione totalmente sballata, poiché il RE è quello strumento che attesta la presenza giornaliera dei professori e degli alunni. Se c’è un periodo di sospensione, è evidente che queste presenze non si possono attestare. Allo stesso modo quelle degli alunni. Dunque, si va in una direzione totalmente sbagliata”.

Professore, l’ultima cosa, una riflessione sulla scuola ai tempi del coronavirus
“Mi sento di dire che in questo tempo così amaro, si sta finalmente parlando di didattica. In questa situazione, dove tutto il superfluo deve venir meno, è necessario rendersi conto che il vero problema della scuola italiana è che mancano le lezioni. Ora ci stiamo rendendo conto dell’inutilità di tanti progetti e progettini e del bisogno invece della lezione per ripristinare una certa normalità. Rimproverata, accusata di essere obsoleta e tradizionale, adesso la lezione ci manca e comprendiamo la sua centralità. Così come mi auguro che tutto ciò che stiamo vivendo, rispetto all’attività scolastica, faccia capire al Governo quanto sia fondamentale il ruolo degli insegnanti e di una scuola profondamente rivisitata”.

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3 comments

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Maria luisa 13 Marzo 2020 - 17:00

In ogni scuola si sta cercando di trovare un modo ottimale per dare ai ragazzi quella formazione ed istruzione che inevitabilmente sta venendo meno con la sospenzione delle attività didattiche.
Ma qualcuno si preoccupa di capire lo stato di pressione psicologica e di ANGOSCIA in cui tutti viviamo piccoli e adulti?
Qualcuno dimentica quel bel proverbio che recitava così ,e che qualche saggio ha rispolverato in occasione della tragedia che stiamo attraversando,:
MEGLIO UN ASINO VIVO CHE UN DOTTORE MORTO!
Buona fortuna a tutti noi

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Daniela Vavalleri 13 Marzo 2020 - 19:11

Pressione psicologica, stress, paura dell’ignoto e una mole di compiti,su piattaforme improvvisate,con tempistiche di consegna e connessioni difficili da rispettare. Sono un genitore con limiti economici e tecnologici , ma sopratutto con limiti temporali di gestione della famiglia.Io vi chiedo non possiamo da genitori sostituirli a voi. Abbiate buon senso

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Mario 14 Marzo 2020 - 11:50

Condivido a pieno le considerazioni del collega della Gilda. Non si può continuare, con la scusa dell’autonomia, a far fare a dirigenti impreparati ed incapaci quello che gli salta in testa quando di alzano al mattino. Perseguono solo il proprio interesse, non quello della comunità scolastica. Le piattaforme online di video conferenza confliggono apertamente con la privacy, con le disposizioni di legge relative all’immagine di minori, con le situazioni famigliari e conoscenze informatiche. Meno male che i docenti sono meglio dei loro dirigenti…

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