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Bari – Scuola dell’Infanzia, Lettera di una docente, Noi, maltrattati e umiliati, vogliamo ascolto

Bari – Scuola dell’Infanzia, Lettera di una docente, “Noi, maltrattati e umiliati, ascoltateci!”

da Elvira Zammarano

Una lettera firmata, giunta in redazione, oggi, ci ha fatto riflettere. Non si tratta della solita denuncia, quanto piuttosto della lucida testimonianza (e analisi) di una 55enne, E.M., che lavora in una scuola dell’infanzia in provincia di Bari. La Maestra nella sua lettera mette a fuoco “lo stato dell’arte di una scuola italiana del sud”, partendo direttamente dalla sua esperienza. E.M. parla di uno “scollamento” irrimediabile tra la scuola e la famiglia, di un patto educativo disatteso e violato, di ingerenze e del mancato riconoscimento di uno dei ruoli professionali, tra i più importanti al mondo. Perché – vale la pena ricordarlo – nelle mani degli insegnanti rimettiamo le speranze più grandi, che hanno i nomi e i volti dei nostri bambini. Certamente gli attori coinvolti, Dirigenti, Docenti e Genitori – tralasciando i bambini, gli unici veri protagonisti -, vedono le cose ognuno dall’alto del proprio punto di vista. E questo spesso si traduce in squallide guerriglie.

«Mi chiamo E.M. e ho 55 anni, di cui oltre 20 passati ad insegnare, a bambini dai 3 ai 5 anni, i primi passi verso la scolarizzazione. Grosso modo – per i non addetti ai lavori – la scolarizzazione è l’insieme delle azioni che mirano a sollecitare nei piccoli l’acquisizione delle regole per il buon vivere civile. Perlopiù indicazioni finalizzate al riconoscimento degli altri, per esempio, i compagni, ma anche al riconoscimento dei ruoli, da quello genitoriale a quelli del mondo della scuola. Una sorta di preparazione alla vita futura che li attende.

Non è semplice far capire ai più piccoli roba del genere e questo è scontato. Ma non lo è neppure per i genitori, che invece dovrebbero avere tutte le capacità per farlo. Ma andiamo per gradi. Immaginiamo le (nostre) cosiddette classi “pollaio”, costituite, da non meno di 25 unità (si arriva anche a 28). Immaginiamo, dunque, 25/28 bambini, tutti con un bisogno specifico, dalla pipì alla popò, dalla sete alla fame, dal pianto inspiegabile, alla febbre “improvvisa”, dall’inappetenza periodica, al litigio violento coi compagni. Questo, dalle 8.30 alle 16, tutti i giorni dell’intero anno scolastico. E qui nessuno può permettersi di dire “lo sapevi” o “cosa ti aspettavi”, perché no, non lo sapevo. Certo, lo immaginavo. Ma è pur vero che per sapere “qualcosa”, in quel qualcosa ci devi effettivamente entrare. Tuttavia, dopo aver passato un calvario professionale indicibile – ho cominciato a lavorare, appena 21enne  in una scuola privata e poi, anni e anni di precariato statale -, finalmente, all’età di 43 anni, è arrivato il “ruolo” nella scuola pubblica.

Il porto sicuro. L’approdo. O cosa? Da un’analisi restituitami, oggi, dall’esperienza e dall’amara constatazione che la scuola, quella che mi ha fatta crescere, che mi ha fatto capire le dinamiche relazionali tra pari, che mi ha insegnato tanto, non esiste più. La scuola è cambiata! Prendiamone atto una volta per tutte. Un tempo gli insegnanti erano ascoltati, considerati. Essere insegnante significava prima di tutto essere Maestri di vita. Significava il riconoscimento di un ruolo che determinava, non solo la crescita personale dell’alunno, ma la crescita di un intero Paese.

Certo, qualcuno si poneva anche con qualche disdicevole esagerazione. Ora, al contrario, sono i Genitori e i Dirigenti a porsi in modo inopportuno e grave. Un tempo rimproverare un treenne significava mostrargli quella linea di rispettoso confine esistente tra lui, gli altri e le cose. Oggi, invece, c’è l’immediata risposta (adulta) della denuncia. E poi, vogliamo parlare di didattica? Anni di studio, di aggiornamento e perfezionamento, di battaglie sul campo, esperienza, che diventano “zero”, rispetto all’onniscienza di genitori sempre più impegnati a demandare a noi insegnanti, ciò che in realtà spetta solo a loro. Salvo poi attaccarti alla prima corretta (e forse necessaria) diversificazione dei ruoli. In aula ci troviamo, dunque, bambini sempre più prepotenti e viziati, al centro di un mondo chiuso e dispotico, costruito ad hoc come se fosse un’arma. Ricordo ancora qualche mia marachella a scuola punita al momento dalla maestra e poi a casa dai miei. E non serve dire, “altri tempi!”. I tempi son sempre quelli, ad essere cambiati, invece, siamo noi.

Esiste il burnout dei docenti? Non nascondiamoci, esiste. 65 anni per andare in pensione, sono tanti. Troppi. Auspico davvero che ci sia un adeguato ripensamento sull’età pensionabile delle categorie a rischio burnout o che un insegnante “senior” possa terminare la sua carriera – se lo desidera – in altri contesti lavorativi. Me lo auguro per l’intero corpo docente di ogni ordine e grado, che da tempo lo chiede a gran voce. Ma soprattutto me lo auguro per i bambini. Se sono stanca? Sì lo sono. Questo però non mi impedisce di amare il mio lavoro e i piccoli, e rispettare i genitori. La verità è che, noi docenti, spesso diventiamo bersaglio del male altrui, dell’insofferenza altrui, della rabbia altrui, dai Dirigenti alle famiglie.

Ho letto ultimamente il libro di Lodolo D’Oria, medico firmatario dello studio “Getsemani”, in cui si parla delle patologie che riguardano alcuni lavoratori e, in modo particolare, gli insegnanti. La nostra categoria viene descritta come “bruciata”. Bruciata dalla solitudine, dalla frustrazione e dalla sfiducia. Sentimenti che annientano ogni tipo di stimolo professionale e che, all’opposto, aumentano la disistima. Ogni azione di successo finalizzata (e realizzata) alla crescita personale del bambino, viene annullata e dimenticata miseramente dal genitore di turno, che oggi sembra guardare solo al più piccolo errore dell’insegnante. Non ultimo, i nostri vergognosi stipendi, dalla cifra impronunciabile. Siamo i peggio pagati in Europa. Ma, si sa,  questa è banale retorica!»

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2 comments

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M.Luisa Lavalle 24 Febbraio 2020 - 22:41

Una lettera, questa della docente, che lascia tanta amarezza in chi ha creduto in una scuola bella, che attraeva gli alunni perchè incentrata sull’entusiasmo di maestre, per certi versi, bambine come i loro stessi bambini.

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Antonio 25 Febbraio 2020 - 3:27

Ottima analisi della docente! Tale situazione rappresenta un esempio lampante della decadenza di un Paese, fino a quarant’anni fa all’avanguardia su quasi tutto. E’ cambiata l’educazione delle ultime generazioni di genitori, la nozione di disciplina e rispetto in generale, la presunzione di essere più degli altri, il senso della comunità: Tali soggetti hanno soppresso il principio fondamentale di una società sana e promettente e cioè quello che prevede che una buona educazione comincia in famiglia e continua a scuola, con l’ appoggio chiaro dei genitori! Povera Italia!!

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