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Dea Israeli

L’eclettica Dea, ebrea ortodossa ed ex agunàh, inaugura la “Kabbaland fashion” e parla del destino delle ebree Incatenate

da Elvira Zammarano

Una  linea di abbigliamento e gioielli che trae ispirazione dalla Kabbalàh ebraica. L’artista, di origini ebraiche, legata all’ortodossia, nata e cresciuta a Torino, ultimamente, ha prodotto una collezione di gioielli  e abiti confezionati dalla prestigiosa Sartoria Artistica Teatrale di Torino. Dea, più conosciuta col nome d’arte Shazarahel,  è pittrice, scultrice, regista, sceneggiatrice, grafica di successo ed ora anche stilista di moda. Ma, soprattutto, è una delle più attive fautrici nel complesso e difficile processo di pace in Medio Oriente. Convinta sostenitrice del dialogo interreligioso e interculturale, attraverso movimenti internazionali di cui fa parte, Dea ha organizzato numerosi incontri –  in Israele e in Italia –  con musulmani, ebrei, cristiani e laici e si è battuta fortemente per i diritti lesi delle donne.

L’artista, infatti, da tempo è impegnata nella lotta per eliminare un vero e proprio sopruso sociale che riguarda le ebree ortodosse sposate. Si tratta di donne alle quali non è concessa nessuna iniziativa per il divorzio. Nel loro caso, solo l’uomo può arrogarsi questo diritto. Si tratta delle cosidette “Agunot”, ovvero “Incatenate”. Donne sulle quali grava non solo l’abuso del potere maschile ma anche il silenzio e l’indifferenza del mondo. Donne costrette a vivere impotenti, situazioni difficili, drammatiche, aspettando che  sia l’uomo a “liberarle” dal vincolo matrimoniale. Spesso ricattate, umiliate e relegate a ruoli di mera schiavitù e impedite a rifarsi una vita alla luce del sole. L’abuso si spinge oltre e raggiunge, addirittura, i figli nati da altra relazione, etichettati per sempre come “bastardi”, a cui viene negata la possibilità di sposarsi con altri ebrei. Dea, conosce bene questa insopportabile condizione, essendo lei stessa un’ex agunàh, per cui ha deciso di richiamare l’attenzione internazionale su tutte le ebree (e non ebree) “incatenate”, e lo fa con un video techno-progressive dal titolo “Remove the veils”.

«Ho scelto di non pensare alla mia esperienza come a una parentesi brutta della mia vita da dimenticare – afferma la brava artista –  ma di trasformarla in qualcosa di utile. Essere artista vuol dire essere la voce della società in cui si vive. L’arte – conclude – ha uno scopo spirituale, sociale, politico. La mia speranza è contribuire alla conoscenza del problema, per le donne che devono tutelarsi e per la società che deve cambiare»

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1 comment

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marina parigiani 19 Dicembre 2019 - 20:32

articolo valido per una donna forte e che pensa con la sua testa.

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