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SCUOLA: Per la Cassazione vale il principio di “non discriminazione: “Parità tra precariato e servizio a tempo indeterminato”

da Avv. Cosimo Martino

La questione del riconoscimento integrale del servizio prestato anche a tempo determinato, nel comparto scuola, è piuttosto risalente nel tempo. Da anni, ormai, i giudici del Lavoro italiani riconoscono, in favore dei docenti e A.T.A. che attivano il relativo ricorso, il principio di “non discriminazione” tra lavoro precario e lavoro a tempo indeterminato, principio stabilito dalla Clausola 4 della Direttiva UE n. 70/99. Nel 2018, è intervenuta sulla questione la CEDU (Corte di Giustizia Europea) con la sentenza  Motter, sentenza piuttosto ambigua che ha dato il destro al MIUR per impugnare, in Appello, le sentenze di primo grado pronunciate da tutti i giudici del lavoro della Repubblica, ottenendo, soltanto presso la Corte di Appello barese, l’accoglimento dei relativi ricorsi.

Ora, la Cassazione ha nuovamente confermato (in realtà, da un decennio e oltre, l’orientamento unanime della Cassazione riconosce il diritto di docenti e A.T.A. alla ricostruzione integrale della carriera) il principio di “non discriminazione” fissato appunto nella Clausola suddetta. In sintesi, docenti e A.T.A. che hanno svolto supplenze superiori ai 180 giorni per anno, hanno diritto, ai fini della carriera, al riconoscimento integrale, sotto il profilo sia giuridico che economico, di tutto il servizio svolto con contratti a tempo determinato, senza così attendere tra i 16 e i 20 anni dopo l’immissione in ruolo, come accade oggi. A stabilirlo, dopo una lunga battaglia giudiziaria avviata nella metà degli anni Novanta, è stata la Corte di Cassazione con due recentissime sentenze.

Con la prima sentenza, n. 31149, la Cassazione ha confermato il proprio orientamento precedente, stabilendo che, nel settore scolastico l’art. 485 del d. dlgs n. 297 del 1994, riconoscendo al personale precario immesso, successivamente, in ruolo, una anzianità di servizio inferiore a quella riconoscibile al docente equiparabile assunto a tempo indeterminato, “si pone in contrasto con la clausola 4 dell’Accordo quadro allegato alla Direttiva n. 99/70/CEE e va pertanto disapplicato”. .

Allo stesso modo, con  la seconda  sentenza,  n. 31150, sempre del 28 novembre, si stabilisce che nel settore scolastico l’art. 569 del d.lgs. n. 297 del 1994, nella parte in cui limita il riconoscimento al personale Ata assunto con contratti a termine e definitivamente immesso in ruolo, di un’anzianità pari al servizio effettivo prestato, “si pone in contrasto con la clausola 4 dell’Accordo quadro allegato alla direttiva n. 99/70/CEE e va pertanto disapplicato”. In conclusione, interessati alla restituzione degli aumenti non percepiti sono tutti docenti e A.T.A.  che si sono visti sottrarre quattro mesi per ogni annualità superiore ai quattro anni di servizio.

Pertanto, ad un insegnante, ad un amministrativo o ad un collaboratore scolastico con dieci anni di precariato, vengono ancora oggi sottratte ben due annualità di carriera e ciò con conseguenze sia sotto il profilo economico che giuridico. Tale comportamento discriminatorio della P.A. comporta che il passaggio da un “gradone” all’altro, con un aumento lordo medio attorno agli 80-100 euro, avviene con due anni di ritardo. Si spera che le due pronunce in commento possano mettere fine all’annosa questione.

Tale comportamento discriminatorio della P.A. comporta che il passaggio da un “gradone” all’altro, con un aumento lordo medio attorno agli 80-100 euro, avviene con due anni di ritardo. Si spera che le due pronunce in commento possano mettere fine all’annosa questione.

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