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Clan Di Cosola, 40 arresti, nel 2011 uccisero un innocente

da Elvira Zammarano

Ogni campo, dall’edilizia, allo spaccio e traffico di stupefacenti, all’estorsione era sotto il loro controllo. Il clan Di Cosola era particolarmente attivo in diversi quartieri della città e nei comuni di Capurso, Valenzano, Adelfia, Casamassima e Bitritto. Le indagini sono partite nel 2011, subito dopo il delitto del povero Giuseppe Mizzi, ucciso a Carbonara perchè ritenuto erroneamente un affiliato del clan Strisciuglio.

Tutto ha inizio con l’ordine di Antonio Battista ai due affiliati Emanuele Fiorentino e Edoardo Bove, “di uccidere chiunque fosse capitato a tiro”, perché come reggente del clan in quel periodo,  voleva vendicarsi di un attentato subito poco prima, da cui era uscito ferito.

Le indagini condotte dal Nucleo Investigativo dei carabinieri di Bari, avviate immediatamente dopo il delitto, portarono alla scoperta del terribile errore e delle numerose attività del feroce gruppo criminale. Evidenziarono anche, tra il 2011 e il 2015, un cambio al vertice del clan, con la leadership di Cosimo, fratello di Antonio Di Cosola. Con lui il clan acquisisce nuovi affiliati e più potere e il giro delle attività illecite aumenta in modo esponenziale. Tantissimi gli imprenditori locali taglieggiati, indotti a versare ingentissime somme in cambio di protezione. Addirittura, gli imprenditori per non subire ritorsioni, erano costretti ad acquistare il cemento prodotto dall’impresa di Vito Nicola Procida, ritenuto vicino al gruppo malavitoso. Già nel 2015, a seguito di ulteriori indagini, il clan subì un duro colpo, con 64 ordinanze di carcerazione emesse dalla D.D.A. di Bari e con il sequestro di numerosi immobili e della cava di produzione del calcestruzzo.

Due giorni fa, sopraggiunta l’irrevocabilità delle sentenze con il processo di primo e secondo grado, i Carabinieri del Comando Provinciale di Bari, a quattro anni dagli arresti, hanno dato il via a nuovi 40 provvedimenti di carcerazione emessi dall’Ufficio Esecuzioni della Procura Generale della Repubblica di Bari, nei confronti di altrettanti condannati che hanno scelto il rito abbreviato.

 

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