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cena pasqua ebraica

ITINERARIO EBRAICO – Pesach alla Fiera dell’Est

da Maria Teresa Radogna

M.T. Radogna esperta in ebraismo e didattica della Shoah

Tempo di Pesach, tempo di ricordare la fuga dall’Egitto. Nelle famiglie ebraiche si celebra dal tramonto del  14 del mese di  Nisan (grossomodo Marzo-Aprile) e per i successivi 8 giorni (7 in Israele). Si comincia, un giorno prima, con la ricerca, a lume di candela, del chametz, cioè del lievito e di tutti i cibi lievitati, di cui deve scomparire ogni  traccia per i  giorni a venire. Al tramonto del primo di questi otto giorni di Pesach si celebra la cena comunitaria del Seder, in cui su un vassoio sono posati i cibi rituali ricchi di significati simbolici. Tre azzime, le matzòt, che rammentano il pane preparato in fretta prima di fuggire (dunque non lievitato). Uno  zampino di agnello arrostito alla fiamma viva, in ricordo del sacrificio dell’agnello il cui sangue venne usato per segnare le case degli Ebrei da cui l’Angelo della Morte  doveva passare oltre (Pesach vuol dire esattamente “passare oltre”) e che da allora in poi veniva immolato come sacrificio pasquale. Le erbe amare, cioè sedano e lattuga, in ricordo delle amarezze patite dal popolo ebraico in Egitto. Un recipiente d’aceto o acqua e sale a rammentare le lacrime versate e l’asprezza patita durante la schiavitù. Ancora un recipiente con charoseth,  una sorta di impasto di vari frutti, il cui aspetto porta alla memoria la malta  con cui gli Ebrei fabbricavano i mattoni in Egitto. In ultimo l’uovo sodo sia in ricordo del sacrificio offerto durante la festa che a simboleggiare il triste ricordo della distruzione del Santuario di Gerusalemme. Mentre consumano questi cibi, bevendo vino, secondo un rigido rituale, le famiglie  recitano benedizioni e raccontano, grandi e piccini insieme, la storia dell’Esodo, perché ogni ebreo, del passato, del presente e del futuro, è chiamato a uscire dall’Egitto, fuor di metafora dalla schiavitù morale e  materiale in cui si trova a vivere. Alla fine della Haggadàh, il nome che si dà al racconto di Mosè che condusse fuori dall’Egitto il popolo eletto, si suole cantare varie canzoni di cui una è assai particolare. Infatti essa narra di come un padre aveva comperato per due zuzim un capretto al mercato e di come arrivi un gatto che lo mangia e via via su fino al Signore che fa morire l’Angelo della Morte che ha ucciso lo Schochet (il macellaio rituale secondo le regole della Kasherut)  che ha scannato il bue che ha bevuto l’acqua che ha spento il fuoco che ha  bruciato il bastone che ha picchiato il cane che ha morso il gatto che ha mangiato il capretto. La celebe canzone di Branduardi “Alla fiera dell’Est ” trae proprio ispirazione, tranne la piccola modifica del capretto mutato in topolino,  da questo antico canto ebraico, di autore ignoto. Il Chad Gadya si canta durante la cena del Seder a rammentare come ogni cosa sia collegata a un’altra e sotto la supervisione  dell’Onnipotente, che al principio della canzone appare come Padre ( ogni personaggio della canzone incarna in realtà un periodo storico) e che alla fine dei tempi porta a compimento le promesse fatte ad Abramo.

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