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ITINERARIO EBRAICO – Omaggio a Gino Bartali, eroe silenzioso del nostro tempo

da Maria Teresa Radogna

M.T. Radogna esperta in ebraismo e didattica della Shoah

Che Gino Bartali, conosciuto col nome Ginettaccio per il suo carattere spigoloso, fosse un grandissimo campione dello sport lo sanno tutti, ma che fosse anche un campione nella vita comune, di più, un eroe, questo è assai meno noto. Sì, perché Ginettaccio, con la scusa di tenersi in allenamento per le gare a tappe che sarebbero riprese dopo la guerra, faceva su e giù tra Assisi, luogo in cui era attiva una stamperia clandestina,  e  Firenze, dove l’Arcivescovo Elia Della Costa, con il rabbino Nathan Cassuto, avevano creato una rete segreta per proteggere gli ebrei umbri e toscani (la DELASEM). 185 Km, ogni giorno, tra il 1943 e il 1944, con la sua mitica bicicletta, che non era solo uno strumento di vittoria, ma si era trasformata in uno straordinario mezzo di salvezza, visto che nel suo telaio, nella sua sella e nel suo manubrio erano nascosti fotografie e documenti falsi per permettere agli Ebrei di salvarsi. Era diventato un corriere, Gino, e le sue pedalate salvarono oltre ottocento persone. Fermato, rischiò di essere arrestato, se non fosse che i soldati, un po’ per tema di rovinare un simile gioiello di tecnica, un po’ per distrazione vista la presenza del grande campione, non toccarono la bicicletta. Tanto bastò a salvargli la vita, ché altrimenti sarebbe stato fucilato. Se questo pare abbastanza, in realtà Gino e suo cugino Armandino Sizzi, rischiarono ancora di più, visto che in una cantina fiorentina in via del Bandino, di loro proprietà, ospitarono nel 1944, una famiglia di ebrei fiumani, i Goldenberg: padre, madre, e due bimbi, Giorgio e Tea. Proprio la testimonianza d Giorgio Goldenberg, è stata decisiva, assieme alla numerosa documentazione raccolta negli anni, perché lo Yad Vashem, l’Ente Nazionale per la Memoria della Shoah , lo insignisse del prezioso titolo di “Giusto delle Nazioni”.  Lo statuto dello Yad Vashem, al punto cinque, infatti commemora “coloro che hanno rischiato le loro vite per salvare Ebrei”, e lo fa piantando un albero per ogni Giusto, con una targa contenente nome e cognome di colui che viene celebrato  e il Paese nel quale ha risieduto durante la Guerra. Un albero per rappresentare la speranza mai spentasi, anche nella notte più buia della ragione, grazie a uomini coraggiosi che non hanno scordato la loro umanità. Oggi nel Gariwo, il Giardino dei Giusti, sin dal 2013, lo stormir di foglie di un carrubo rammemora al mondo la grandezza di un campione di umanità oltre che di sport, che dallo scorso 2 Maggio ha anche ricevuto la cittadinanza israeliana onoraria postuma, consegnata da Avner Shalev, Presidente dello Yad Vashem, alla nipote del grande ciclista, Gioia, una onorificenza conseguita solo da pochissimi. Tutto a rammemorare che se “anche il bene si fa ma non si dice” perché “certe medaglie si appendono all’anima e non alla giacca”, è proprio quel bene che  ha fatto del campionissimo un uomo straordinario, le cui pedalate per la libertà e la sopravvivenza di tanti sono stati i premi più meritevoli.

 

 

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