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“Io piangio a Brescia – Auschwitz”- Il romanzo inchiesta di Sandro Biffi sulla tratta delle nigeriane

da Elvira Zammarano

io-piangio-a-brescia-auschwitz-515309La prostituzione, un tema battuto e dai mille approcci – giuridico, femminista, laico, compassionevole, religioso, medico, storico, politico e altro ancora. Discorsi e fiumi di inchiostro si spendono per spiegare, dire, parlare del problema. Spesso però, si dimentica che, il problema, quel problema, ha un nome, un cognome, un volto, un corpo, una dignità. E tanta paura. Questo, è ciò che ha spinto Sandro Biffi a scrivere “Io piangio a Brescia – Auschwitz”? Oppure, saranno state, a convincerlo,  le quotidiane proiezioni mediatiche, le pressioni emotive e le riflessioni a caldo? Non ci resta che chiederlo direttamente allo scrittore che, in questa mini intervista, ci racconta e si racconta,  utilizzando, per la sua incolumità, uno pseudonimo. Infatti, è d’obbligo una premessa, “Io piangio a Brescia – Auschwitz” (ed. “La vita felice”) è una storia vera, in cui si parla di mafia, di morte e di amore. Tanto vera che non utilizzeremo mai per questo articolo termini sdolcinati, di “cuore” o “di pancia”, che, altrimenti, sarebbero poco descrittivi di una realtà nuda e crudele. Intanto cominciamo con lo sfatare l’idea che una storia di “sentimenti” contenga in sé, sempre, un’accezione positiva. Diciamo che possono esserci sentimenti anche contrari all’amore, frutto magari di situazioni o emozioni negative. Questo per entrare nel vivo del racconto, che parla di un’operosa provincia bresciana, dove le esistenze di alcuni ragazzi e ragazze, si incrociano e intrecciano, alimentate da dinamiche –  giustappunto – sentimentali. Fin qui nulla di nuovo, se non per il fatto che, Alexandra, una dei protagonisti, è reale, straniera, nigeriana, e schiava del racket della prostituzione.

Lo pseudonimo Sandro Biffi, perchè?

«Lo pseudonimo dipende principalmente dal suggerimento del protagonista maschile del libro. La squadra mobile lo aveva avvertito più volte della pericolosità dei nigeriani, che avevano anche cercato di rintracciarlo a Brescia. Quando si affrontano tematiche così spinose dal vivo, mantenere l’anonimato e la riservatezza è l’unica cosa da fare. Informare non significa necessariamente mettere a rischio la propria vita. Si può comunque trasmettere agli altri le proprie conoscenze in sicurezza».

Come mai hai deciso di scrivere su un tema controverso e così difficile?

«Perché l’ho scritto…Bella domanda…Il fatto è che sono cattolico e che un giorno, quando dovrò rendere conto della mia vita, almeno potrò dire di non essere rimasto indifferente rispetto a certe  cose. E poi è vero, sì, se ne parla molto. Ogni tanto dal cilindro spuntano anche tentativi grotteschi di dare soluzioni free e fai da te. Io, invece, ho voluto raccontare una storia vera, intrisa di amore e morte veri».

Sandro, un accostamento forte già a partire dal titolo. Perché?

“L’accostamento ad Auschwitz è motivato con la circostanza che per quelle ragazze schiavizzate, “il lavoro” rappresentava, a causa delle credenze relative al vudù, l’unica possibilità che avevano di ritornare libere, pagando il debito. Ma “il lavoro” procurava malattie mortali, senza contare le ragazze che venivano direttamente assassinate ai bordi delle strade.  “Lavoro”, dunque, che rende liberi: come ad Auschwitz.”

Nel sottotitolo c’è scritto  – Dieci milioni per un marciapiede. Che significa?

Qui si allude al joint, il costo del marciapiede, che grava anch’esso sulle ragazze e che le bande nigeriane devono versare, così pare, a quelle albanesi.

Cosa ti ha colpito delle ragazze, la loro solitudine, la paura. Cosa maggiormente?

«La paura. Il loro terrore nei confronti del “Vudù”. Una credenza religiosa molto pericolosa che si avvale di riti crudeli, spaventosi. Con cui la malavita nigeriana, dopo averle rapite o sottratte alle famiglie, nella prospettiva di una vita migliore, rende schiave, giovanissime donne, a volte minorenni. La vicenda di Alexandra rientra in tutto questo. Lei e le sue amiche, credevano davvero di morire, qualora fossero fuggite dalla strada».

Hanno poi capito che il Vudù era solo un mezzo per renderle schiave?

«Non voglio rivelare molto, perché ci sono descrizioni che corrispondono a fatti reali e che vanno letti e compresi senza la mia mediazione. Ecco, sì, aggiungo solo che dovevano obbedire, altrimenti sarebbero morte…».

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